L’immobilismo vale 808 miliardi di euro. Ecco i dati del Rapporto 2014 dell’Osservatorio sui costi del non fare. Telecomunicazioni, energia e trasporti i settori da sbloccare

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

Fare sacrifici, fare degli sforzi, darsi da fare. I cittadini ‘fanno’, risparmiano, stringono la cinghia e i denti. Ma lo Stato invece no. La popolazione ha imparato a trovare le contromisure alla crisi, riduce i consumi, abbatte gli sprechi, spende con oculatezza, valuta: seleziona il supermercato più economico, riduce le uscite serali, pone le tariffe Illumia a confronto con quelle di Eni, Enel e tutti gli altri operatori per ridurre il salasso delle bolette e prende chissà quanti altri provvedimenti che la crisi impone di assumere. A tutti. Meno che al Governo.

L’Italia è ferma, non progredisce, non sviluppa opere pubbliche essenziali, non crea posti di lavoro, non offre i servizi di cui avremmo bisogno per uscire dall’impasse economica. Non fa. A mostrarlo in modo telegrafico e illuminante è il Rapporto 2014 pubblicato dall’Osservatorio ‘I costi del non fare’, secondo cui sarebbe di 808 miliardi il bilancio dei costi generati dall’immobilismo operativo. Solo il settore delle telecomunicazioni, in cui l’assenza della fibra ottica è fattore principale di affossamento, vale un’emorragia da 425 miliardi di euro.

Poi ci sono le mancate opere in campo energetico, che tra assenza di una pianificazione in ambito rinnovabile, fatiscenze strutturali in fatto di rigassificazione e termovalorizzazione, vale 70 miliardi di euro di perdite. Senza dimenticare altri 49 miliardi dal sistema idrico e 4 da quello dei rifiuti. E ancora 110 miliardi di costi stimati per le carenze nel settore ferroviario, 75 dalle autostrade, 72 dalla logistica. Ecco così che si sforano gli 800 miliardi di euro di costi del non fare, che verranno raggiunti entro il 2030.

Sempre secondo il Rapporto, per ovviare alle difficoltà e rompere il blocco, servirebbe un dispiegamento di risorse di circa 185 miliardi di euro. Poi però ci ricordiamo di essere in regime di fiscal compact, che la pressione fiscale italiana inibisce gli investimenti interni, che le PMI nostrane sono ferme e impossibilitate a reagire, che l’accesso al credito si è fatto sempre più complicato. E si capisce che quei 185 miliardi non verranno stanziati. Poi si pensa anche al MOSE, alla TAV e all’EXPO, e a tutto ciò che la cronaca ci ha raccontato negli ultimi mesi. E rabbrividiamo. Altro che volano dell’economia, le opere pubbliche italiane sono solo risorse, ma dei faccendieri, immensi conti correnti personali a cielo aperto.