L’intelligenza artificiale nelle mani delle mafie è una minaccia alla sicurezza globale

L’intelligenza artificiale nelle mani delle mafie è una minaccia alla sicurezza globale

Le ripetute denunce e le recenti dimissioni nel mondo della ricerca evidenziano un disagio crescente e strutturale. La corsa all’intelligenza artificiale, condotta spesso senza adeguati vincoli etici e regolatori, rischia di trasformare tali sistemi in risorse immediatamente disponibili anche per organizzazioni criminali e mafiose. In un contesto in cui l’automazione e l’apprendimento automatico possono essere impiegati su larga scala, l’accesso a capacità “sovrumane” di analisi, previsione e generazione potrebbe consentire a gruppi criminali di hackerare infrastrutture, alterare processi decisionali e rimodellare interi comparti economici in tempi estremamente ridotti. Ne deriverebbero, con effetti sistemici, l’aumento della capacità di acquisizione di risorse, l’ampliamento della capacità operativa e, soprattutto, un rafforzamento del controllo territoriale e delle reti di influenza, oggi realizzabile con una rapidità e una pervasività difficilmente immaginabili solo pochi anni fa.

Si tratta, in effetti, di uno degli scenari più critici per il futuro della democrazia e per la sicurezza globale. L’evoluzione incontrollata dell’intelligenza artificiale potrebbe infatti consentire alla criminalità organizzata di disporre di strumenti capaci di destabilizzare Stati e mercati finanziari, anche in Europa, entro la fine del decennio, incidendo sia sulla capacità di prevenzione delle istituzioni sia sulla fiducia dei cittadini nei sistemi democratici. In tale prospettiva, l’allarme non riguarda una speculazione cinematografica, bensì una possibile realtà che trova riscontro nelle crescenti preoccupazioni espresse da esperti a livello internazionale e nelle dimissioni di scienziati provenienti da importanti laboratori e centri di ricerca del settore. Tali ricorsi e prese di posizione evidenziano la percezione di un divario pericoloso tra la rapidità di sviluppo delle tecnologie e l’esistenza di garanzie di sicurezza, tracciabilità e controllo. Gli stessi studiosi sottolineano come l’uso di sistemi di intelligenza artificiale, in assenza di presidi tecnici e normativi, possa rendere più agevoli azioni illecite, riducendo tempi e costi di esecuzione e, di conseguenza, aumentando la probabilità e la portata degli attacchi.

Ritengo pertanto necessario esprimere forte preoccupazione per una corsa alle tecnologie che, nei fatti, “gioca d’azzardo” con il futuro della collettività. Nessun’altra attività umana comporta, allo stato attuale, un livello di rischio comparabile, soprattutto per la capacità dei sistemi emergenti di generare effetti a catena difficili da circoscrivere una volta avviati. La tecnologia nelle mani delle mafie non dovrebbe essere intesa come una possibilità astratta, bensì come una minaccia concreta resa più verosimile dalla diffusione di competenze, dall’accesso a strumenti automatizzati e dalla standardizzazione dei processi di sviluppo. Il ritmo con cui tali sistemi stanno maturando risulta infatti superiore alla velocità con cui la società civile, le forze dell’ordine e le autorità regolatorie possono predisporre difese efficaci, piani di risposta e criteri di conformità. In particolare, l’assenza di regole stringenti potrebbe consentire alle mafie di appropriarsi di algoritmi in grado di: automatizzare il riciclaggio di denaro su scala globale, sfruttando tecniche di segmentazione, mascheramento per ridurre la rilevabilità operativa; eseguire cyberattacchi sofisticati contro infrastrutture critiche (come energia, trasporti, sanità e telecomunicazioni), con l’obiettivo di estorcere risorse, interrompere servizi essenziali o ricattare istituzioni; produrre e diffondere disinformazione e manipolazione di massa tramite contenuti iper-realisti e persuasivi, alterando l’opinione pubblica, inquinando processi democratici e distorcendo dinamiche di mercato attraverso campagne coordinate.

È altresì fondamentale considerare che la tecnologia sta evolvendo in settori impensabili e altamente strategici, determinando un ampliamento della superficie di rischio. Sebbene il rischio derivante dai modelli attuali possa apparire ancora limitato rispetto alle capacità future, la velocità di sviluppo e la rapidità di “adattamento” delle tecniche consentiranno presto ai gruppi criminali di accedere a strumenti con potenziale offensivo molto più elevato. Un elemento decisivo, in questo quadro, è la disponibilità di modelli e componenti che possono essere personalizzati: ciò significa che anche attori non necessariamente dotati di grandi risorse potranno, con tempi rapidi, modificare procedure e ottenere output utili per finalità illecite. Inoltre, la connettività globale e l’interdipendenza delle economie aumentano la probabilità che un singolo attacco o una singola campagna di manipolazione producano effetti su scala transnazionale, aggravando la difficoltà di risposta.

Per tali motivi, risultano indispensabili interventi normativi immediati e coordinati a livello internazionale, capaci di coniugare innovazione e sicurezza in modo verificabile. Servono regole che impongano requisiti di trasparenza e responsabilità, audit periodici, valutazioni di impatto preventivo, standard minimi di robustezza e misure di controllo sull’uso e sulla distribuzione dei sistemi più sensibili. È inoltre necessario rafforzare la collaborazione tra comunità scientifica, autorità di regolazione, settore industriale e organismi di sicurezza, così da ridurre il rischio di “asimmetrie” tra chi sviluppa e chi deve difendere. In assenza di tali correttivi, la convergenza tra potere mafioso e sistemi ad alta capacità di calcolo rischia di rappresentare una minaccia reale per la tenuta istituzionale ed economica globale: non soltanto per la sicurezza informatica in senso stretto, ma anche per la capacità delle democrazie di mantenere informazione affidabile, mercati ordinati e processi decisionali non manipolati.

In conclusione, la questione non riguarda semplicemente la tecnologia in sé, bensì il modo in cui è governata. Una governance controllata diventa, oggi, il presupposto imprescindibile per prevenire che strumenti nati per l’avanzamento scientifico e industriale siano piegati a finalità distruttive e criminali.

*Vincenzo Musacchio, professore di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies presso la Rutgers University of Newark (USA).