Lo smog delle antenne. Infezione invisibile

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di Matteo Marini

Quando si pronuncia la parola “inquinamento”, subito si pensa alla piaga del traffico o alla questione rifiuti. Viene però sottovalutato un altro tipo di fenomeno, non meno importante: l’elettrosmog. I principali accusati dsono le antenne Srb (stazioni radio base) impianti che utilizzano e trasmettono diversi segnali: Umts (videofonia), Dvb-h (segnale digitale televisivo sui telefonini), Wi-Fi (internet senza fili), Wi-Max (super internet senza fili) ed Lte (4° generazione), le cui frequenze si aggiungono a quelle della telefonia mobile tradizionale, dedicata ai servizi voce (Tacs, Gsm, Gprs).

Nella Capitale, a fine 2012, risultano ufficialmente censite circa tremila Stazioni Radio Base per telefonia mobile. Si presume quindi che il numero sia nel frattempo aumentato.Di queste 3 mila, il 70% sono state autorizzate e installate in seguito alla firma del Protocollo d’Intesa (luglio 2004) tra il Comune di Roma e le società di telefonia mobile, con l’obiettivo di disciplinare l’installazione degli impianti sul territorio. E’ qui che il Comitato No Elettrosmog Roma lancia l’allarme: “La diffusione selvaggia delle infrastrutture di Tlc costituisce un serio problema per la comunità cittadina, sia a causa dei rischi per la salute umana, generati dalla crescita esponenziale dei campi elettromagnetici indotti dalla diffusione di nuove tecnologie, sia per gli aspetti ambientali e paesaggistici, con un degrado prodotto dalla selva di protuberanze che deturpano lo skyline urbano, peraltro tutelato dall’Unesco come patrimonio dell’umanità”.La domanda che sorge quindi spontanea è: ma queste antenne fanno davvero male? Ci sono opinioni contrastanti in merito. Il professor Giovanni Carboni del Dipartimento di Fisica dell’Università di Roma “Tor Vergata”, per esempio, nutre dei dubbi: “Sono molto scettico sulla loro pericolosità. Una speranza di vedere qualche effetto misurabile potrebbe esserci forse ai livelli di potenza emessi da un telefono cellulare in prossimità della testa che sono molto maggiori di quelli delle Srb”.

Gli allarmisti
Dal campo degli “allarmisti”, invece, registriamo più di una voce preoccupata. Il rapporto “Bioinitiative 2012. A Rationale for Biologically-based Exposure Standards for Low-Intensity Electromagnetic Radiation”, raccolta di 1800 studi scientifici stilati da ricercatori di diversi paesi mondiali, sottolinea i possibili gravi rischi per la salute causati da esposizione a radiazioni elettromagnetiche. La Iarc (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) nel maggio 2011 ha classificato i campi elettromagnetici di radiofrequenza come “possibili cancerogeni” di classe 2B sulla base degli studi sul cancro indotto dai telefoni cellulari. Con la Risoluzione del 27 maggio 2011, il Consiglio d’Europa invita addirittura i Paesi membri a fissare “limiti cautelativi di esposizione alle microonde per lungo termine ed in tutti gli ambienti indoor, in accordo con il Principio di Precauzione, che non superino gli 0,6 Volt/metro e nel medio termine ridurre questo valore a 0,2 V/m ”.

Valori sospetti
In Italia questi valori vengono rispettati? A leggere la legislazione vigente sembrerebbe di no. Nel nostro paese, il limite di legge è fissato a 6 V/m (Decreto del Presidente del Consiglio dell’8 luglio 2003). Successivamente c’è stato il varo della Legge 17 dicembre 2012, n. 221 che ha convertito il cosiddetto “decreto sviluppo”. Tale provvedimento determina una possibile esposizione a livelli di campo elettromagnetico a radiofrequenza maggiori di 6 V/m per limitati periodi nell’arco della giornata. La scusa utilizzata è che i valori di attenzione e gli obiettivi di qualità debbano intendersi ora quali medie sulle 24 ore.
Già nel 2009 ci sono state 16 città francesi che hanno deciso di imporre il limite di 0,6 V/m, nei loro territori comunali. C’è anche da considerare un aspetto economico. E’ ormai infatti sempre più diffuso il vizio, da parte delle società telefoniche, di offrire denaro, beni e servizi ai proprietari di terreni e case come canoni di locazione. Parliamo di cifre che si aggirano anche sui 50 mila euro annuali.Il Comitato No Elettrosmog Roma tenta di sciorinare dei numeri: “è stato calcolato – approssimativamente per difetto – il valore sottratto alle casse dell’Amministrazione comunale degli introiti che altri (i privati, gli enti immobiliari) hanno saputo intascare con queste operazioni: dal luglio 2004 (data di entrata in vigore del Protocollo) fino ad oggi il Comune, rinunciando a gestire questo settore, ha semplicemente sciupato ben 21 milioni di euro l’anno (2100 antenne [70% di 3000] x 10 mila euro cadauna)”.

Riceviamo e pubblichiamo:

L’articolo di oggi “lo smog delle antenne. Infezione invisibile” a firma Matteo Martini ci ha lasciati sconcertati perchè accredita una visione sulle antenne di telefonia che non corrisponde alla realtà.  Ecco cosa dice l’Organizzazione mondiale della sanità a riguardo del loro impatto sulla salute umana: “Negli ultimi 15 anni, sono stati pubblicati vari studi che esaminavano una possibile relazione tra trasmettitori a radiofrequenza e cancro. Questi non hanno fornito nessuna evidenza che l’esposizione ai campi generati dai trasmettitori aumenti il rischio di cancro. Così pure, gli studi a lungo termine su animali non hanno accertato aumenti nel rischio di cancro dovuti all’esposizione a campi a radio frequenza, nemmeno a livelli molto più alti di quelli prodotti dalle stazioni radio base e dalle reti wireless. […] Il complesso dei dati accumulati fino ad ora non mostra alcun effetto sulla salute, a breve o a lungo termine, in conseguenza dei segnali prodotti dalle stazioni radio base e dalle reti wireless. […] Considerati i livelli di esposizione molto bassi e i dati accumulati fino ad oggi, non c’è nessuna evidenza scientifica che i deboli segnali a cui i cittadini sono esposti da parte delle stazioni radio base e delle reti wireless possano provocare effetti negativi per la salute” (Promemoria n. 304, “Campi elettromagnetici e salute pubblica: stazioni radio base e tecnologie senza fili (wireless)“, maggio 2006).

In Italia, inoltre, non esiste “la diffusione selvaggia delle infrastrutture Tlc” o comunque questa frase criminalizzante non può essere attribuita alle stazioni radio base realizzate in Italia, che devono concorrere al rispetto dei limiti vigenti nel nostro paese, che restano molto più restrittivi (fino a 100 volte) di quelli raccomandati dalle autorità scientifiche internazionali, e in vigore nel resto d’Europa. Anche le nostre procedure di autorizzazione per la costruzione e la modifica degli impianti, regolate dal Codice delle Comunicazioni Elettroniche, sono tra le più rigorose in Europa, e prevedono sempre il coinvolgimento delle Agenzie Regionali di Protezione dell’Ambiente per garantire il rispetto dei limiti di esposizione. Mi spiace per i toni scandalistici usati su un tema che può essere invece affrontato con la massima serenità e serietà. Noi comunque siamo a disposizione per ogni ulteriore informazione e approfondimento.

Anna Borioni
Confindustria Digitale

Risponde l’autore dell’articolo Matteo Marini:

Ringrazio la dottoressa Borioni per la sua replica. Mi permetto però di farle notare alcune parti che, nonostante la sua esposizione dettagliata, continuano a non essere chiare. Per sostenere che le antenne SRB non facciano male lei cita un rapporto dell’Oms datato maggio 2006. Nell’articolo, come avrà avuto modo di leggere, io cito però tre “fonti” di sicuro autorevoli (parliamo della Iarc e perfino del Consiglio d’Europa) che non vanno ad inficiare quanto detto dall’Oms ma sono successive di almeno 5 anni e quindi, presumibilmente, più aggiornate. Lo studio Bionitiative poi, è consultabile in rete e può facilmente prenderne visione. La frase da lei giudicata criminalizzante, è stata pronunciata dal Comitato No Elettrosmog Roma e si riferiva, come esplicitato nell’incipit dell’articolo, proprio alla città di Roma, vista la massiccia presenza di impianti e un protocollo del 2004 che non ne disciplina il posizionamento. Ultimo punto: mi dispiace constatare come abbia interpretato l’articolo su un piano strettamente personale. Non ho scritto che le società telefoniche violano i limiti imposti per legge ma che, vista anche la Risoluzione del Consiglio d’Europa, tali limiti dovrebbero essere abbassati. 

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