Lo Stato merita

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di Gaetano Pedullà

Evidentemente il gran padrone delle Ferrovie, Mauro Moretti, si è preparato il terreno per farsi cacciare dall’azienda e così, magari, intascare sotto forma di penale molto più di quel piatto di lenticchie (850 mila euro l’anno) che prende di stipendio. Non si spiega diversamente la sortita che ha fatto esplodere di rabbia la politica e gli italiani. Il caso Moretti però non è isolato e non è nemmeno il più eclatante. Mentre l’amministratore di un grande gruppo industriale si assume un gran numero di responsabilità, ci sono decine di presidenti di società pubbliche che solo per la loro sporadica presenza nei Cda intascano centinaia di migliaia di euro l’anno. Signori che non hanno deleghe, non prendono nessuna decisione, spesso hanno una storia professionale distante anni luce dalle società in cui sono stati nominati da chissà quale politico. In compenso viaggiano con autista e auto blu, sono assistiti da due o più segretarie e non si sognano di andare a pranzo o a cena a spese loro: come sempre paga tutto Pantalone. Dallo Stato centrale alle amministrazioni periferiche, pur con il tetto massimo al compenso dei dirigenti (300 mila euro), ogni anno c’è un fiume di denaro che passa dalle tasche pubbliche a quelle di migliaia di manager. Regioni, Province, Comuni, enti autonomi di ogni tipo hanno creato nel tempo un esercito di società controllate. Si spazia dall’energia agli acquedotti, dalla raccolta dei rifiuti alle farmacie, dai servizi aeroportuali a quelli cimiteriali, e chi più ne ha più ne metta. Piccole Iri locali che hanno fatto la fortuna elettorale dei partiti e la buonuscita milionaria (a spese nostre) di ex politici o amici degli amici. Darci un taglio con questi sprechi vale più dell’azzeramento degli stipendi dei senatori. Si risparmieranno soldi della collettività, si ridurranno le spese locali e soprattutto si darà un segnale etico. I tempi sono quelli che sono: i dirigenti pubblici non devono essere solo bravi, ma anche misurati nelle loro retribuzioni. Chi ha di meglio da fare, si accomodi pure.

L'editoriale
di Gaetano Pedullà

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