Maggioranza a pezzi. Al Governo Draghi non rimane che vivacchiare. Nessuno si piega più al premier. A fargli da scudo non resta che Letta

governo Draghi
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Un altro governo avrebbe già formalizzato la crisi. Troppo sfarinata la maggioranza, incapace di trovare qualsiasi accordo sulle riforme più importanti come si è visto nelle ultime settimane, con la delega fiscale alla Camera, e il ddl Concorrenza al Senato. E sono due dei tanti esempi.

Nel centrodestra il duello tra Lega e Fratelli d’Italia si è riversato sulla tenuta del Governo

Nel centrodestra il duello tra Lega e Fratelli d’Italia, nelle figure di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, si è riversato sulla tenuta dell’esecutivo, con il Carroccio che continua ad alzare le pretese tiro per inseguire Fdi.

D’altra parte il Movimento 5 Stelle, con il nuovo corso di Giuseppe Conte, ha lasciato intendere di non essere più disposto a svolgere il ruolo di passacarte, facendo pesare i voti in Parlamento. E addirittura Matteo Renzi, inizialmente il più draghiano del bigoncio, ha fiutato l’aria, prendendo le distanze da alcune riforme, in primis quella sulla Giustizia. Solo il Partito democratico di Enrico Letta è rimasto come paladino di Mr. Bce.

In questo clima il presidente del Consiglio, Mario Draghi, che fa? Si è acconciato in una posizione buona per vivacchiare fino alla fine della legislatura e continua a essere la solita sfinge. A dirsi un “pochino dispiaciuto” se la forza di maggioranza relativa in Parlamento, il M5S, non vota un maxidecreto, come quello per sostenere le famiglie. In passato era capitato con la Lega, ma la frequenza con cui arrivano i distinguo è indicativa di una situazione ai limiti dell’insostenibilità.

Del resto la ragione sociale del governo, ossia l’emergenza pandemica, è venuta meno. E così Palazzo Chigi ha perso la bussola, cercando di aggrapparsi a una nuova emergenza, quella bellica. Ma il tema della guerra in Ucraina è assai più divisivo del modo per contrastare i contagi del Covid-19. Così, tramontata la fase forzatamente tecnico-sanitaria, è tornata protagonista la politica. Compresa la sfida ripartita nel centrodestra: Meloni ha cercato di sfruttare la postazione privilegiata di principale forza di opposizione, conquistando una sostanziosa fetta dei consensi leghisti.

Una botta che Salvini ha sentito eccome, finendo nel pallone quando il borsino dei sondaggi ha iniziato a virare verso il basso. Non si spiega altrimenti la battaglia demagogica ingaggiata sulla riforma del catasto, che non interviene sulla tassazione delle case. Ma che pure è stata illustrata, in tandem con Forza Italia, come una sorta di stangata per gli italiani. Così come non sembra destinato a cessare il braccio di ferro sulle liberalizzazioni delle concessioni balneari.

Per Fratelli d’Italia è sempre stata una bandiera, così come è un totem per gli altri partiti della coalizione. Qualsiasi arretramento salviniano è perciò impensabile, pena un ulteriore affondo di Meloni. Lo scontro politico ha così impantanato tutte quelle riforme descritte come fondamentali per accedere ai fondi europei del Pnrr. E addirittura la stampa più vicina a Palazzo Chigi ha smesso di citare il leggendario metodo Draghi come emblema del decisionismo.

Ma la maggioranza si scioglie anche dal lato della vecchia alleanza giallorossa. Conte ha di fatto aperto una crisi strisciante, provocando la piccata reazione di Draghi sul Superbonus. Così Letta resta il baluardo del draghismo, facendo prendere quota a una tentazione dalle parti di Largo del Nazareno: arruolarlo alle prossime elezioni dietro lo scudo del presidente del Consiglio. Difficilmente potrebbe essere un candidato diretto. Con una legge elettorale proporzionale, però, sarebbe diverso. E ne sarebbero ben felici Carlo Calenda e Matteo Renzi, che non aspettano altro.