Mai entrata in fabbrica ora difende le tute blu. Francesca Re David è la neo segretaria della Fiom Cgil, ma non è mai stata una metalmeccanica

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In 116 anni di storia nessuna donna era arrivata a tanto tra i metalmeccanici della Cgil. Francesca Re David alla testa della Fiom non è però quel salto in avanti storico che da giorni ci raccontano. Le donne che emergono nel mondo del lavoro non sono certo una rarità e persino nei luoghi della rappresentanza la questione femminile è ampiamente sdoganata. Tanto che nei maggiori sindacati confederali due segretari generali su tre sono donne: Camusso e Furlan. Questo non vuol dire che non ci siano ancora discriminazioni, e anche il livello salariale non è sempre equivalente tra i generi, ma su questo fronte non siamo così indietro da poter definire epocale l’arrivo di questa coriacea signora al vertice delle tute blu guidate fino a ieri dall’altrettanto coriaceo Maurizio Landini. Quello che sembra il segno di un grande cambiamento, di un trend all’innovazione, è dunque il riconoscimento tardivo di una situazione diffusa anche nell’industria. E come spesso accade, perciò, quello che ci viene messo sotto al naso è in realtà un paravento, dietro al quale non solo non si innova affatto, ma si riesce a fare persino qualche passo indietro.

La grande discriminante della nostra epoca non è infatti la scalata di una donna in un ambiente ritenuto prettamente maschile ma la competenza nel fare le cose. Paolo Villaggio è scomparso da così poco tempo per non ricordarci il sarcasmo con cui denunciava l’assoluta rimozione del merito tra le qualità necessarie per fare carriera nel nostro Paese. E se andiamo a guardare le competenze della signora Re David dobbiamo proprio foderarci gli occhi per non vedere che di storico in questa “promozione” c’è solo lo scollamento tra chi rappresenta e chi è rappresento. La nuova segretaria Fiom non ha mai messo infatti un piede in fabbrica per lavorare, provenendo da un dignitosissimo percorso professionale e di studi, ma non dalla catena di montaggio.

Excusatio non petita – Una situazione tanto paradossale da aver costretto Landini, nel passaggio di consegne, a spendere due parole, corrispondendo perfettamente alla logica dell’excusatio non petita, accusato manifesta. Nel sindacato – ha detto il segretario uscente “serve avere esperienza pratica, serve avere conoscenze, non amicizie, e serve avere capacità contrattuali, ma anche capacità di relazione, capacità di lavorare in gruppo con i compagni e le compagne, e una capacità di ascolto anche più alta di quella che posso aver avuto io. Queste sono le caratteristiche che ci hanno fatto pensare a Francesca”. Come dire: non importa se chi va a contrattare con le imprese quello che serve ai lavoratori ha mai provato sulla sua pelle ciò per cui andrà a battersi, quello che conta è che si sappia relazionare, bella parola che fa tanto rima con inciuciare. Ed è meglio stendere un velo pietoso sul concetto della cooptazione dall’alto, attraverso i capi che “pensano” chi far votare. Qui non c’è bisogno di scomodare le ultime parole del Papa, che ha detto proprio ai nostri confederali di smetterla di fare altro e tornare a fare solo sindacato, ma il ruolo di potere assunto dalle grandi organizzazioni del lavoro è sotto gli occhi di tutti. E quel metodo di occupazione del potere, che vediamo da decenni con sindacalisti promossi presidente di Camera e Senato, deputati, ministri, alla guida di Comuni e grandi imprese pubbliche, è la prova di come chi è antagonista dei governi e dei partiti (di tutti i colori, sia ben chiaro) poi in realtà ne finisca beneficiato. Uno strano epilogo per due parti che a quanto ne sanno i lavoratori dovrebbero essere contrapposte.

Alibi rosa – Quella che  viene spacciata per una grande innovazione, al netto della considerazione per le innegabili qualità della signora Re David, è dunque solo l’ennesima dimostrazione di quanto le storiche organizzazioni del lavoro siano oggi un corpo intermedio del Paese emblematico della conservazione. Proprio quei presidi che in tutto il mondo hanno giovato immensamente alla modernizzazione dell’economia, oggi hanno perso la loro preziosa carica progressista. E anche se non dobbiamo dimenticare di essere riconoscenti per il prezzo pagato proprio da Cgil, Cisl e Uil negli anni di piombo, oggi chiedere al sindacato di tornare a fare sul serio il luogo della rappresentanza del lavoro e basta non è blasfemia. Peccato però che da questo orecchio i confederali non ci sentano.