Mai più colpevoli impuniti. Con la riforma Bonafede chi sbaglia paga davvero. Parla il capogruppo M5S, Crippa: “L’imprenditore svizzero senza vergogna”

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Certi temi non possono che incrociare la cronaca giudiziaria con la politica. Non fa eccezione il caso del rinvio a giudizio dell’imprenditore Stephan Ernest Schmidheiny (leggi l’articolo) che, però, presenta la spiacevole caratteristica di un violento e ingiustificato attacco frontale da parte di un imputato sia alla giustizia che ai cittadini italiani. Una brutta storia su cui è intervenuto il capogruppo dei 5 Stelle alla Camera e sottosegretario al Ministero dello sviluppo economico, Davide Crippa, deciso a fare in modo che casi simili non si ripetano mai più.
Nell’udienza del processo bis a carico dell’ex presidente di Eternit, Stephan Schmidheiny, è spuntata un’intervista in cui questi affermava: “l’Italia è un Paese fallito e non ho intenzione di vedere una prigione italiana dall’interno”.

Che impressione le fanno queste parole considerato che l’imprenditore era stato condannato a 18 anni nel primo processo, inerente il disastro ambientale causato dall’azienda, e salvato solo dalla prescrizione?
“Affermazioni di questo genere indicano che siamo di fronte a una persona che non ha alcun rispetto per le vittime, per i loro familiari e per tutti i cittadini. Tanto più che Schmideheiny è stato salvato dalla prescrizione dopo una condanna a 18 anni di reclusione ribadita anche in secondo grado di giudizio. è inaccettabile”.

Cos’ha significato questa vicenda per i piemontesi e cos’ha fatto il Movimento per loro?
“Il nostro impegno politico è andato in direzione della tutela dei lavoratori che, loro malgrado, si sono trovati a contrarre una malattia a causa dell’esposizione all’amianto. Infatti il Movimento 5 stelle si è battuto per approvare un emendamento sull’inabilità lavorativa e dunque la possibilità di pensionamento anticipato per quei i soggetti che hanno maturato un’anzianità contributiva di almeno cinque anni nell’intera vita lavorativa o si trovano nell’assoluta impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa”.

Parliamo di una vicenda che ha causato 392 morti eppure l’imputato si definisce un perseguitato dalla giustizia italiana che “dopo quarant’anni lo accusa di omicidi di massa che non ci sono stati”. Se lui si sente così, cosa dovrebbero dire i familiari delle vittime?
“In un Paese civile i fatti vengono accertati dalla magistratura e, se una persona è colpevole, viene punita per i reati che ha commesso. Non c’è alcuna persecuzione. Si chiama giustizia, ed è esattamente quello che vogliono i familiari delle vittime, che da anni combattono con dignità malgrado il dolore. I magistrati faranno piena luce sulla vicenda. A noi, invece, spetta il compito di migliorare il sistema, garantendo processi che arrivino davvero fino in fondo”.

Se la riforma Bonafede che sospende la prescrizione fosse stata già in vigore, ci saremmo evitati questo spiacevole show?
“Se la nostra riforma della prescrizione fosse stata già in vigore da tempo, i reati contestati a Schmideheiny nel primo processo, quello per disastro ambientale, non sarebbero andati prescritti, dato che era stato già condannato a 18 anni sia in primo che in secondo grado”.

Tra i più critici c’è il segretario di Italia Viva, Matteo Renzi, secondo cui il provvedimento è incostituzionale. Un giudizio diametralmente opposto a quello dato dall’Associazione nazionale magistrati che, invece, lo ha promosso a pieni voti. A chi dobbiamo dare ragione?
“Negli anni, Renzi ha sostenuto cose molto diverse riguardo alla prescrizione. Io non sono un costituzionalista, ma nell’atteggiamento di Italia Viva e del suo leader leggo più una logica ricattatoria che una critica poggiata su solide basi di diritto. Posso solamente aggiungere che a noi interessa dare ai cittadini una giustizia certa ed efficace e sono sicuro che questo sia un principio perfettamente in linea con la nostra Costituzione. Italia Viva, dovrebbe decidere una volta per tutte se vuole o meno processi più rapidi e, soprattutto, se vuole evitare il ripetersi di situazioni in cui una persona condannata a 18 anni per reati gravi finisce per farla franca”.