Manovre per il grande Centro. Ma è un Centrino. I moderati ringalluzziti dal voto, nonostante i consensi da zero virgola

centro Calenda
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Puntuale come l’alternarsi delle stagioni ricompare, dopo ogni elezione, l’archetipo del “Grande Centro”, una figura di valenza simbolica, caricata dall’emotività della vecchia Democrazia Cristiana. Il Grande Centro (GC) è un riflesso patellare del democristiano medio, che vaga da decenni nel deserto politico alla ricerca del suo miraggio perduto: Piazza del Gesù. E ad ogni elezione, partitini che si palesano con il nome tecnico di “cespugli” e che sono riconoscibili dalle percentuali da prefisso telefonico cercano di fare se non un bosco almeno un ramoscello, in genere d’Ulivo, con risultati comici.

La prova provata di questo curioso fenomeno è Clemente Mastella, simbolo della Dc che non passa, rieletto sindaco-padrone di Benevento dai cittadini ammaliati dal fasto che fu, che il giorno dopo la tornata amministrativa lancia il solito appello a Matteo Renzi e Carlo Calenda (nella foto) per fare il solito “centro a livello nazionale”, cioè il solito GC di casiniana memoria, con Italia Viva ed Azione (leggi l’articolo).

CESPUGLINI. Il nipotino cresciuto di Comencini ha subito rimandato (ma solo per fare parlare ancora un po’ di sé) il tutto al mittente con un laconico twitter “ma anche no”, mentre Renzi per ora tace, ma si sa come vanno queste cose da sacrestia e basta agitare un po’ il pastrocchio perché ne esca almeno un tortino o meglio un cespuglino. E se almeno Mastella ha vinto davvero, gli altri non lo hanno certo fatto.

Cominciamo da Renzi, che non si capisce ancora dove avrebbe vinto (se si escludono gli ininfluenti Garda e Minturno), che ha incontrato prima del voto il siciliano Gianfranco Miccichè per suggellare un inciucino, dati i tempi, tra quello che fu un potente segretario del Partito democratico e un valvassore minoritario di Berlusconi con la nascita di “Forza Italia Viva” che si tira dietro pure Salvatore Cuffaro, tornato dopo aver scontato sette anni di carcere.

Infatti in Sicilia è in programma addirittura un intergruppo regionale tra i due partiti a suggello del pranzo di Renzi e Berlusconi ad Arcore del 2010. Una alleanza inquietante, spacciata per “laboratorio Sicilia”, che svela il vero volto di Renzi, vera Quinta Colonna della destra nel Partito democratico. A lui infatti si deve l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori ed altre nefandezze. Chissà se hanno qualcosa da dire due furbacchioni trasformisti come Gennaro Migliore e Teresa Bellanova che di Italia Viva sono assi portanti, per tacere di “Lucianone” Nobili, che dell’antiberlusconismo militante faceva la sua bandiera.

Ma dobbiamo parlare anche di Giovanni Toti con la sua lista Cambiamo! e del fallimento totale del candidato del centrodestra a Savona che ha perso disastrosamente. Ora siamo ai soliti stracci volanti tra il governatore ligure e la Lega, con il primo che parla di pernicioso inseguimento dei terrapiattisti da parte del partito fondato da Bossi, per cercare di spiegare il disastro elettorale. Nel frattempo misteriose e imprecisate “fonti della Lega” dichiarano alle agenzie: “L’eccessivo protagonismo di Cambiamo! ha portato a una gestione poco efficace della campagna elettorale”.

E poi c’è il caso patologico di Calenda che è arrivato penultimo a Roma, ma ormai pensa di essere il deus ex machina della politica ritenendo erroneamente di proiettare i voti romani a livello nazionale cianciando di un 20%. Eppure l’uomo è così. Si guarda ammirato nello specchio, in veste da antico romano, magari da Nerone e con l’arpa ci canta qualche stornello accompagnato da bruschetta e vino dei Castelli non disdegnando un calcio dell’asino a Renzi con il suo flirt con Forza Italia.

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