Marino addio, il Pd romano vuole Gasbarra

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

di Angelo Perfetti

Un biglietto per l’Europa. Quello che Gasbarra ha prenotato per Bruxelles forte degli oltre ottantatremila voti che lo hanno consacrato il terzo più votato del Pd nel centro Italia potrebbe però non essere di sola andata. Anzi. In un momento in cui il Pd, digerita la rottamazione, si è riorganizzato sotto l’ombrello renziano, non può lasciare la capitale nelle mani di un sindaco che non risponde al partito. Lo stesso premier, commentando il voto europeo, non ha parlato di vittoria personale ma ha messo il partito davanti a tutto. E il partito a Roma sta soffrendo. Come l’intera Giunta, del resto. Dopo Daniela Morgante, ex al Bilancio, Flavia Barca ha lasciato l’assessorato alla Cultura: “Esperienza finita. Ed è dunque il secondo assessore che rassegna le dimissioni dal Comune di Roma. Una mossa per anticipare il probabile rimpasto di giunta, inevitabile dopo i numeri usciti fuori dalle urne domenica scorsa.

Rotta obbligata
Ma basterà il rimpasto a rimettere in carreggiata la nave di Marino che oggi come oggi naviga a vista? “Un chirurgo cura gli altri, ma ci auguriamo che Marino curi bene la nostra città”, ha dichiarato lo stesso Enrico Gasbarra, dopo aver partecipato alla ‘festa’ del partito che si è svolta ieri sera a piazza Farnese. E ha aggiunto: “Il Pd oggi è al 42%. Una voce importante, determinante per la città. Adesso dobbiamo lavorare tutti affinché la Capitale decolli perché questo successo straordinario del Pd dia forza all’amministrazione e finalmente si esca dalla crisi. Marino deve fare una grande azione per la città, un cambio di passo, fare un grande piano anticrisi e uscire dall’ordinarietà”.
Un auspicio che riporta alla memoria quello più o meno dello stesso tenore che proprio Renzi fece nei confronti del compagno di partito Enrico Letta. Poi è finita come è finita, ma da quel momento il Pd ha iniziato il decollo. Perché lo scopo primario e ultimo di chi milita nel Pd è quello di valorizzare il partito stesso, oltre i personalismi. E per raggiungere questo obiettivo non si fanno prigionieri.

Un piano per il futuro
Gasbarra ha tutte le carte in regola per proporsi al Campidoglio: è giovane ma con una solida esperienza politica, conosce Roma per essere stato presidente di Municipio e presidente della Provincia, non è distante da Renzi e non uno che è salito sul carro del vincitore all’ultimo minuto. Con Renzi ha studiato alla scuola democristiana, e dunque sanno parlare lo stesso linguaggio.
Cosa che Marino non sa fare. E non è certo un caso che al comizio di chiusura romano della campagna elettorale, dove non c’erano né Marino né Zingaretti (che a loro volta non vanno proprio a braccetto…) il premier abbia visto una piazza semivuota. E non sono cose che si dimenticano facilmente, soprattutto dopo aver fatto il pieno di voti. E, guarda un po’, il sindaco di Roma non è stato invitato alla festa del Pd in piazza Farnese a Roma. Gasbarra è stato chiaro. “Marino deve rimettere l’orologio sul fuso orario di Palazzo Chigi”.

Sostegno a tempo
Insomma, ogni parola che esce dal Pd sembra essere un segnale per l’attuale sindaco di Roma: gli si spiega la linea da seguire, la traccia sulla quale muoversi, i passi da fare. E ci si affanna a confermare una fiducia che, se ci fosse veramente, non avrebbe bisogno di continue iniezioni pubbliche. Come quella del vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini: “Da parte nostra c’è piena vicinanza rispetto al lavoro che sta svolgendo il sindaco Marino: è un compito non facile che guardiamo con grande attenzione cercando di fare tutti, ciascuno per la responsabilità che ha, il massimo possibile per lo sviluppo e la crescita del governo della città”. Ora c’è il rimpasto, ma il tempo sta scadendo.