Il caso Marò è chiuso in India ma non in Italia. La Procura di Roma sentirà i due fucilieri. Lo sfogo della moglie di Latorre: “Per la politica italiana siamo stati carne da macello”

Marò Latorre Girone
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L’affaire Marò, la vicenda dei due fucilieri della Marina, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, coinvolti nella morte di due pescatori indiani nel 2012, non finisce mai di riservare colpi di scena. A poche dalla notizia che la Corte Suprema indiana ha ordinato la chiusura di tutti i procedimenti giudiziari a carico dei due militari italiani (leggi l’articolo) si è appreso, infatti, che la Procura di Roma tornerà ad ascoltarli.

Latorre e Girone, secondo quanto riferiscono fonti giudiziarie citate dall’Ansa, verranno sentiti dalla Procura capitolina nelle prossime settimane nell’ambito dell’inchiesta aperta nove anni fa sugli stessi fatti per cui i due Marò erano sotto processo in India. Il procedimento è affidato al sostituto procuratore Erminio Amelio, che in questi mesi ha analizzato gli atti inviati dal Tribunale internazionale dell’Aja – che nel luglio del 2020 ha deciso in favore dell’Italia la competenza giurisdizionale – per poi procedere alla conclusione delle indagini che potrebbe arrivare in estate.

I due fucilieri della Marina furono ascoltati dai pm capitolini una prima volta 3 gennaio 2013 quando fecero ritorno in Italia per alcuni giorni. Sempre nel 2013 su incarico della Procura di Roma fu effettuata anche una perizia sul computer e su una macchina fotografica che si trovavano a bordo della “Enrica Lexie”, la nave dove erano in servizio i due Marò.

Lo sfogo della moglie di Latorre.

“Da 9 anni – ha detto l’Ansa la moglie di moglie di Latorre, Paola Moschetti – sono costretta a parlare a nome di mio marito. A lui è stato fatto esplicito divieto di parlare pena pesanti sanzioni. Non può nemmeno partecipare a qualsiasi manifestazione pubblica. E’ vincolato al segreto. E’ ora di chiedersi perché le autorità militari vogliono mantenere il segreto su ciò che sa e vuol dire. Quello che so è che per la politica italiana siamo stati carne da macello. Presto Massimiliano si presenterà alla procura di Roma”.

La decisione della Corte Suprema indiana.

La Corte Suprema indiana aveva rinviato la chiusura del caso Marò, arrivata oggi, lo scorso 19 aprile perché l’indennizzo di cento milioni di rupie (circa 1,1 milioni di euro) che l’Italia doveva versare alle famiglie delle vittime non era stato ancora depositato. Nel corso dell’udienza del 19 aprile, che era stata presieduta dallo stesso presidente della Corte Suprema, Sharad Arvind Bobde, il procuratore generale dello Stato, Tushar Mehta, aveva dichiarato che “l’Italia ha avviato il trasferimento di denaro”, aggiungendo però che la somma non era ancora disponibile.

Il 9 aprile scorso la Corte aveva deciso che il caso sarebbe stato chiuso solo dopo il deposito del risarcimento pattuito. I due Marò, come è noto, erano accusati di aver ucciso nel 2012 due pescatori indiani, al largo delle coste del Kerala: i due fucilieri di Marina, mentre erano impegnati in una missione antipirateria a bordo della nave commerciale italiana “Enrica Lexie”, videro avvicinarsi il peschereccio Saint Antony e, temendo un attacco di pirati, spararono alcuni colpi di avvertimento in acqua. A bordo della piccola imbarcazione, però, morirono i due pescatori indiani, Ajeesh Pink e Valentine Jelastine, e rimase ferito l’armatore del peschereccio, Freddy Bosco.

Dopo un lungo contenzioso, nel luglio del 2020 il tribunale internazionale dell’Aja, che aveva riconosciuto “l’immunità funzionale” ai due Marò, aveva stabilito che la giurisdizione sul caso spettava all’Italia, dunque anche quella di indagare sul caso, e aveva disposto il risarcimento alle famiglie delle vittime.