Medici sempre condannati

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di Clemente Pistilli

Ormai sono diventati un bersaglio troppo facile. Sempre più spesso nel mirino di giudici e avvocati. Sia se l’errore c’è sia se invece non hanno alcuna colpa. I medici sono allo sfinimento. Inutili le richieste di nuove regole, utili a tutelare tanto loro quanto i pazienti. Tutto vano. I camici bianchi ormai hanno paura persino di entrare in contatto con i malati, visto che si vedono piovere addosso continuamente denunce e richieste di risarcimenti. Va sempre peggio. Ora nelle cause per i casi bollati come malasanità entra pure il gioco delle probabilità. Se non c’è prova che facendo un determinato intervento il paziente si sarebbe potuto salvare, allora si pensa che quell’intervento poteva dargli una chance in più, e il risarcimento ai parenti della vittima è comunque dovuto. Comunque vada i medici sono colpevoli.

Ennesima tegola
La settimana scorsa, scoppiate le polemiche sullo spot contro gli avvoltoi nella sanità, tra avvocati che rivendicano il diritto a svolgere il loro lavoro e i medici che dicono basta ai continui inviti a denunciare fatti ai pazienti, i sindacati dei camici bianchi avevano auspicato un intervento del Parlamento. Avevano chiesto norme in grado di tutelare dalle richieste di maxi risarcimento e dalle accuse sul fronte penale i sanitari, garantendo allo stesso tempo quanti subiscono realmente un danno. I medici avevano lanciato appelli soprattutto affinché potesse essere restituita loro la giusta serenità, quella necessaria a occuparsi delle cure da prestare più che degli aspetti medico-legali. Ma niente da fare. Lavorare per i camici bianchi è sempre più difficile, visto che ormai i giudici condannano pure per il danno da perdita di chance.

Il caso emiliano
Una sentenza pesante per i sanitari è stata emessa dal Tribunale civile di Reggio Emilia. Il 6 agosto 2007 morì una 47enne per arresto cardiocircolatorio. Si trattava di una paziente vittima di cardiomiopatia ipocinetico-dilatativa, in pratica di seri problemi al miocardio. Un caso difficilissimo. La 47enne aveva frequenti alterazioni aritmiche. Era ad alto rischio. E doveva essere sottoposta a un intervento, per l’impianto di pacemaker ICD e CRT, ovvero per un defibrillatore cardiaco impiantabile e un dispositivo di risincronizzazione cardiaca. I parenti della vittima hanno fatto causa, sostenendo che quell’intervento, che doveva essere compiuto cinque mesi prima del decesso della 47enne, era stato rinviato senza alcuna ragione valida. E il giudice ha dato loro ragione, nonostante il perito nominato dal Tribunale abbia sostenuto che tali dispositivi non avrebbero “né con certezza né con il criterio del più probabile che non” impedito la morte della paziente.

Nuove frontiere
Per il giudice emiliano, non essendo stata trovata alcuna prova che l’intervento avrebbe salvato la 47enne, non è possibile risarcire la mamma e i tre fratelli del danno loro causato dalla perdita della donna. Ma vanno risarciti per il danno definito da perdita di chance. In pratica, visto che sempre il perito ha sostenuto che i dispositivi che dovevano essere impiantati alla paziente potevano ridurre il rischio morte, non aver sottoposto la donna a quell’operazione le ha ridotto le chance di sopravvivere. Secondo il Tribunale di Reggio Emilia, mentre nel penale per arrivare a una condanna si deve giungere a una prova ogni oltre ragionevole dubbio, nel civile è diverso. Pur mancando prove su eventuali colpe dei medici, essendo stata tolta qualche chance alla 47enne di sopravvivere, il risarcimento va disposto. Il giudice ha quindi condannato l’Azienda ospedaliera di Reggio Emilia a risarcire i parenti della donna appunto per il danno da “perdita di chance di poter ancora vivere”: 60 mila euro per la madre della paziente e 10 mila euro a testa ai fratelli. Non c’è niente da fare. Il medico alla fine paga sempre.

 

La malasanità costa allo Stato 10 miliardi di euro

di Antonio Rossi

Un incubo per i medici e un salasso per lo Stato. Le continue denunce per casi di malasanità non fanno dormire sonni tranquilli ai camici bianchi, spesso abbandonati al loro destino. Ma rappresentano l’ennesima emorragia pure per le casse pubbliche. La commissione parlamentare d’inchiesta sugli errori in campo sanitario, costituita nella scorsa legislatura, nel 2013 ha presentato la relazione finale al Parlamento e stimato in oltre 10 miliardi di euro il costo della medicina cosiddetta difensiva a carico del servizio sanitario nazionale. Un fiume di denaro che va via e che gli esperti ritengono destinato ad aumentare, mente di leggi utili a sanare tale piaga non se ne vedono. Una brutta gatta da pelare per il ministro della salute Beatrice Lorenzin. La commissione d’inchiesta presieduta dall’onorevole Antonio Palagiano, dell’Italia dei Valori, ha analizzato quanto accaduto in 169 aziende sanitarie e ospedaliere tra il 2006 e il 2011, accertando che ormai le stesse Asl hanno problemi a trovare assicurazioni che le coprano per i danni da malpractice. In cinque anni, del resto, le richieste di risarcimenti presentate da presunte vittime dei medici sono state in Italia 82.210, con una media annuale di 13.702, un +5% l’anno. Le compagnie assicurative hanno dovuto sborsare 837 milioni di euro e, nonostante i risarcimenti poi liquidati siano diminuiti del 75%, a fronte dell’aumento delle richieste le somme da accantonare sono cresciute del 195% e ammontano a due miliardi di euro. Un particolare che ha visto schizzare le polizze a un +23%. Per la commissione parlamentare tale situazione avrà “sicuramente” un impatto negativo sull’appropriatezza delle cure. Per i commissari “il problema della responsabilità medica non può considerarsi come disgiunto dal problema generale della riduzione del rischio di eventi avversi nella pratica clinica. Solo la riduzione della probabilità di occorrenza di danni evitabili è in grado di riportare la responsabilità professionale degli operatori in un alveo di normalità, allentando la tensione nei rapporti della salute e permettendo l’instaurarsi del clima di fiducia” necessario per promuovere il più possibile la salute del paziente. Ma dal rapporto della commissione ad oggi poco è cambiato.

 

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