Melandri ha cambiato idea. In arrivo il Maxxi stipendio

di Vittorio Pezzuto
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di Vittorio Pezzuto

Ha aperto l’ombrello prima che iniziasse a piovere, lasciando il Palazzo per ripararsi nel Museo.
A Giovanna Melandri va quantomeno riconosciuto un certo fiuto: a differenza di tanti altri suoi compagni rottamandi del Pd, già l’anno scorso aveva capito che per lei non ci sarebbe più stato posto, tanto nel prossimo Parlamento quanto nei governi a venire. Troppe, anche per lei, cinque legislature e una prova non brillantissima da ministro dei Beni Culturali. Le occorreva quindi predisporre un’acconcia exit strategy dalla politica e guardarsi intorno alla ricerca di un indirizzo di prestigio dove trascorrere le giornate a venire. Una missione largamente alla sua portata: la casta sa bene come riciclarsi e la Melandri potrebbe scrivere efficaci e aggiornati manuali pratici su come frequentare le cordate interne alla ricca borghesia romana ‘giusta e democratica’, quella che a Leo Longanesi fece esclamare «Non sono di sinistra perché non me lo posso permettere». Si trattava solo di pazientare in attesa dell’occasione in grado di appagare le sue ambizioni da ‘intellettuale’.
La ciambella di salvataggio le è infine arrivata dal professor Lorenzo Ornaghi, suo successore alla guida del Ministero di via del Collegio Romano, che nell’ottobre 2012 ha deciso di nominarla presidente del Maxxi, il claudicante museo di arte contemporanea di Roma. Una scelta che aveva subito fatto storcere la bocca a quasi tutti, suscitando più di un legittimo interrogativo sulla congruità del suo curriculum per un incarico così delicato. Con una scrollata di spalle, Melandri aveva replicato piccata in tv e sui giornali con parole inequivoche: «Vado gratuitamente a rilanciare un’istituzione pubblica e da oggi querelo tutti quelli che parlano di spese folli. Voglio trasformare questo museo nella Tate Modern italiana. Ai miei detrattori do appuntamento fra tre anni per valutare insieme i risultati». Sono invece stati sufficienti pochi mesi per scoprire che non è stata di parola. Ieri il sito Dagospia ha infatti rivelato che, negli ultimi giorni di vita del governo Monti, l’assai tecnico ministro Francesco Profumo ha cambiato la destinazione d’uso della struttura: ormai non è solo un “museo” ma anche un “ente di ricerca”. Accogliendo proprio una proposta della Melandri ha così creato le premesse tecniche perché quest’ultima possa finalmente incassare lo stipendio che aveva giurato di non volere.

Comunicato con bugia
Incredibile, ma poche ore dopo è proprio lei a confermare l’indiscrezione in un comunicato nel quale definisce questa trasformazione «un’ottima soluzione per il Maxxi, che così può ampliare la sua rete di rapporti con analoghe istituzioni internazionali e sviluppare la sua innata vocazione di centro di studio e ricerca, anche nel contesto europeo». Fantastico. E lo stipendio? «Personalmente avevo promesso al ministro Ornaghi che avrei regalato un anno del mio lavoro per il rilancio del Maxxi. E così sarà». Tradotto al netto della fuffa: dimenticate quello che avevo detto e promesso, da ottobre mi faccio pagare perché sono stufa di fare volontariato.
A La Notizia la sua addetta stampa Beatrice Fabbretti, sorpresa dalla polemica mentre si trovava a Venezia, dichiara che «la questione dello stipendio non è mai stata posta all’ordine del giorno del consiglio di amministrazione. Escludo quindi che sia mai stato stabilito l’ammontare di un eventuale compenso per la presidente Melandri. Da quanto ne so, non se n’è mai parlato. Posso aggiungere qualcosa?» Prego. «Io credo che una persona che si occupa del Maxxi 24 ore su 24 e non solo per partecipare di sfuggita ai consigli di amministrazione meriti un compenso. Si sbatte, briga, fa, studia, incontra, cerca sponsor… Perché non può avere uno stipendio?». Per il semplice motivo che le parole sono pietre e che le promesse vanno mantenute. Sempre e comunque. Che la Melandri lasci agli artisti contemporanei il ruolo di sconcertare, stupire, indignare. Non prenda in giro l’opinione pubblica e confermi nelle prossime ore la solenne promessa di rinunciare a ogni tipo di compenso. Non vorremmo infatti che alla fine l’installazione più riuscita nel museo si rivelasse quella della sua busta paga. Maxxi o meno che sia non importa.