Meno tasse e sperperi. Una guerra persa

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

di Gaetano Pedullà

Per una volta la campagna di stampa sugli sprechi di Stato è servita a qualcosa. Nel Consiglio dei ministri di oggi entreranno norme necessarie, come il salvataggio del bilancio di Roma, la possibilità di recedere subito dai contratti d’affitto a peso d’oro per le sedi istituzionali, il rinvio delle tasse per le popolazioni alluvionate della Sardegna. Restano fuori un po’ dei regali (non tutti) che politici furbetti e lobby agguerritissime avevano nascosto nel cosiddetto decreto Salva Roma. Il testo, approvato prima di Natale dal Parlamento, era stato poi saggiamente ritirato dal Governo, purtroppo non motu proprio ma su disposizione del Quirinale. Se gli italiani devono stringere la cinghia, lo Stato deve fare la sua parte, ha dettato Napolitano a un diligente Letta. Vedrete quanto sarà sbandierata questa mossa nel consueto discorso a reti unificate di fine anno! Quello che non vedrete, o che non vorrebbero farci vedere, è quanti altri sprechi restano nei bilanci pubblici. Uno a caso l’ha ricordato ieri la Confindustria, ormai in rotta di collisione con l’esecutivo, quantificando in 23 miliardi il costo del capitalismo di Stato (il pubblico, si sa, raramente sa essere un buon imprenditore). Gli sprechi però si nascondono dappertutto. Intercettati quelli del decreto Salva Roma, ci sono montagne di leggi nazionali, regionali e locali dove privilegi e clientele mungono a volontà i nostri soldi. E poi c’è la burocrazia e la prassi dei ministeri, dove i politici al comando arrivano ogni anno a minacciare le dimissioni se mai si toglierà loro ancora un euro. Poi però scopriamo – ad esempio – che Viminale e Difesa continuano a dare contributi alle libere associazioni di combattenti e reduci. E dire che l’unica guerra non ancora finita da un pezzo è quella allo sperpero del denaro pubblico. Con questi politici, una guerra persa.