Meno tasse e spesa pubblica. Così Cameron ha stravinto. Il premier ha raccolto il bisogno di stabilità degli inglesi

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L’elettorato ha riconfermato David Cameron alla guida del Regno Unito. Il leader conservatore stravince contro tutti i sondaggi che dipingevano un paese diviso, spinto verso la frammentazione del quadro politico e la conseguente debolezza dell’esecutivo. Ciò che più colpisce è il forte depotenziamento di quei partiti che, secondo i sondaggi, sembravano destinati a giocare un ruolo preminente nei nuovi equilibri della Camera dei Comuni.

NEL MIRINO
È inevitabile che tutti gli occhi siano puntati sul Labour Party, fino a pochi giorni fa guidato da Miliband. “Ed il Rosso” si è assunto la responsabilità della sonora sconfitta: con la perdita di 24 seggi rispetto al 2010, quando alla vigilia sembrava più che probabile lo spostamento a sinistra delle preferenze elettorali, paga lo scotto di un programma politico disomogeneo e tutto giocato sulla semplificazione degli slogan, piuttosto che su un progetto di lungo periodo. È stata sbagliata la comunicazione? Probabilmente sì, ma la politica non si riduce a forma e messaggio. Il ripudio del blairismo, con quella sua efficace combinazione di pragmatismo e fantasia innovativa, ha travolto le ambizioni della “old left” laburista. È qui il motivo sostanziale della sconfitta. Nel complesso ha pesato la forza di una politica economica stabile, quella del governo Cameron, indirizzata a obiettivi di lunga durata. È indicativo il fatto che lo stesso Ed Balls, ministro ombra per l’Economia, perda il suo seggio a Morley. Quale controparte del Cancelliere dello Scacchiere George Osborne – immediatamente riconfermato nell’ufficio al n. 11 di Downing Street – è dunque lui la vittima sacrificale di una strategia elettorale incapace di trasmettere un’idea convincente sul governo dell’economia britannica. Se nel lontano 1945 Attlee batté Churchill proponendo una exit-strategy dalla politica di emergenza nazionale – seppur “rinnegata” poi dagli elettori nelle elezioni del 1950 – e analoga capacità di suggestione fu dispiegata da Blair nel 1997 per uscire dal lungo ciclo della “rivoluzione conservatrice” (Margaret Thatcher-John Major), oggi il Labour ha fallito scontrandosi con la concretezza di un governo “amico” dalla middle class inglese. Senza strafare, Cameron ha portato a casa risultati positivi. Il deficit ha registrato una riduzione di 5,2 punti percentuali in rapporto al Pil, passando dal 10.2% del biennio 2009-2010 al 5% del 2014-2015. La soglia della cosiddetta “tax-free” è passata dai £6,475 dei governi laburisti ai £10,600 del partito conservatore, con l’obiettivo di elevarla a £12,500 entro il 2020. Il Welfare ha conservato standard apprezzabili, l’immigrazione clandestina è stata contrastata, l’istruzione ha ricevuto stimoli importanti. Non basta. Dopo l’eccezionale risultato di circa due milioni di nuovi posti di lavoro nell’ultimo quinquennio, il governo si ripromette di allargare ulteriormente le basi dell’occupazione, andando incontro in modo particolare alle aspettative delle giovani generazioni.

LE SFIDE
Cameron per altro si è dimostrato pronto a intercettare gli umori profondi del paese dinanzi a due sfide fondamentali: la devolution scozzese e il referendum sull’Europa. Ora Cameron è chiamato a dare una risposta a una crescente istanza di perequazione sociale. I successi economici ottenuti finora, in controtendenza rispetto all’Europa continentale, hanno diffuso benefici più ai gruppi sociali forti che non a quelli deboli.