Mercati a picco nel silenzio assordante del Fondo monetario. La guerra innescata sulle monete tra Usa e Cina rischia di costare carissima pure al nostro continente

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Il silenzio. Mentre il mondo bruciava il rumore più assordante che si è sentito ieri è stato il silenzio delle autorità di controllo dei mercati, delle istituzioni finanziarie e delle banche centrali. E dire che l’incertezza che sta facendo andare in fumo miliardi è frutto proprio di queste ultime. Dopo la svalutazione della moneta cinese decisa unilaterlamente da Pechino, l’altro grande dubbio sta sulle contromosse della Banche centrale Usa, che probabilmente farà slittare l’aumento dei tassi del dollaro (cioé il costo del denaro). Così come neppure una parola si udita dalle parti del Fondo monetario internazionale, che ha avuto pure in questo caso un responsabilità non secondaria, sbarrando nei giorni scorsi il passo alla moneta cinese che ambiva con molte ragioni ad entrare nel basket delle valute che contano nel mondo. Il no dell’organizzazione guidata dalla francese Christine Lagarde ma che ha sede a Washington (e dove dunque gli Usa la fanno da padroni) ha vanificato gli sforzi del governo di Pechino per affidare maggiormente la moneta cinese alle libere fluttuazioni dei mercati piuttosto che al dirigismo politico. Una misura che ci si aspettava sarebbe stata apprezzata perché mirata a creare condizioni di maggiore equilibrio monetario. Nella guerra delle monete ormai dichiarata tra Usa e Cina però non si fanno prigionieri. Pechino ha svalutato lo yuan per sostenere la produzione e le esportazioni in forte frenata. Gli Usa, che svalutano da almeno cinque anni (da quando hanno iniziato il loro quantitative easing), adesso dovrebbero alzare i tassi, ma con la moneta cinese così favorevole per i prodotti asiatici è in stallo. Naturale attendersi la ritorsione che è arrivata.