Merendine tassate per pagare l’istruzione, così fan tutti. In Finlandia è previsto da 20 anni, in Francia da 8. Ma in Italia è un tabù

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Quando il ministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti (nella foto), ha lanciato l’idea, in tanti l’hanno preso per pazzo, tanto che nei giorni scorsi abbiamo assistito a scene esilaranti e grottesche, come quella di Licia Ronzulli che, in diretta Tv, ha mangiato uno snack. Ma l’idea di tassare bevande o alimenti grassi, che producono un numero eccessivo di calorie, o ancora i biglietti aerei, non è una novità a livello internazionale.

In Finlandia e Norvegia, ad esempio, è adottato da oltre 20 anni. In Danimarca è attiva da 8 anni, mentre in Ungheria e Francia rispettivamente da 9 e 8 anni. Il caso francese, inoltre, è particolare: nel paese d’Oltralpe è stata introdotta questa tassa che ha portato ad una drastica diminuzione delle vendite e un sensibile aumento dei finanziamenti nel sociale, in primis per il mondo dell’istruzione. In Gran Bretagna si lavora ad una tassa del 20% anche sugli snack dolci, lo scorso anno è stata approvata la soft drinks industry levy, che prevede un sovrapprezzo di 0,20 euro al litro per bibite in cui la quantità di zucchero varia tra 5 e 8 grammi su 100 millilitri e di 0,27 euro al litro se lo zucchero supera gli 8 grammi per 100 millilitri.

Anche fuori dall’Europa la tassa sugli alimenti zuccherati è cosa ormai nota: sei anni fa il Cile ha aumentato l’aliquota sulle bevande zuccherate dal 13% al 18% per i drink contenenti 6,25 g di zucchero aggiunto ogni 100 ml. Lo stesso anno il Messico ha imposto una tassa del 10% sulle bevande con e senza zucchero. Infine gli Stati Uniti: anche qui la “folle idea” di Fioramonti è realtà.