Migranti troppo scomodi, Alfano si sfila sullo Ius Soli. Adesso il problema della nuova legge è di opportunità

di Sergio Patti
Politica

Di voti ce n’è così pochi che perderne per gli immigrati è davvero fuori discussione. Così i sedicenti centristi di Alfano – al governo sotto le insegne del nuovo centrodestra ma di fatto ormai truppe di complemento della sinistra – mettono una nuova ipoteca sul destino dello Ius Soli, la legge che riconosce la cittadinanza italiana a chi nasce nel nostro Paese pur se figlio di immigrati. “Sullo Ius soli non abbiamo obiezioni di merito ma di opportunità”, ha detto ieri il ministro degli Esteri e leader di Alternativa Popolare, Angelino Alfano, a margine del Meeting di Rimini di Comunione e liberazione. Proprio in un ambiente che si rifà prima di tutto ai principi cattolici, l’ex delfino poi definito “senza quid” da Silvio Berlusconi ha rifilato una sberla al Papa, che invece ha chiesto con forza di approvare la legge sulla cittadinanza. Alfano sa bene che agli schiaffi il Papa deve porgere l’altra guancia, ma gli elettori tutte queste giravolte non è detto che gliele perdonino. E lo schierarsi contro una legge che è un cavallo di battaglia della destra e delle frange populiste di sicuro non gli porta uno solo dei consensi che vanno naturalmente a Lega, Fratelli d’Italia ed ex alleati di Forza Italia.

Il sì a Palermo non basta – Malgrado gli accordi col Pd per le regionali in Sicilia Ap resta dunque fredda sulla legge che Renzi e Gentiloni hanno promesso di fare approvare prima che finisca la legislatura. Alfano ha chiarito la sua posizione sulla riforma che dovrebbe riprendere il suo iter al Senato dopo la pausa estiva ricordando che il suo partito ha “già votato a favore dello ius soli alla Camera”. Adesso però c’è un nuovo problema: non una obiezione di merito, anche se sul provvedimento sono in preparazione diversi emendamenti definiti molto importanti, ma una “valutazione di opportunità, perché le cose giuste fatte al momento sbagliato rischiano di diventare sbagliate”. Se non siamo ai massimi livelli dell’equilibrismo cerchiobottista, poco ci manca. Alla faccia del Papa, delle promesse, degli impegni condivisi con un governo del quale si fa parte, Alfano in sostanza si sfila dagli accordi e se mai arriverà il suo sì sarà dopo nuove contrattatzioni e concessioni. Vecchie strategie democristiane, che i sedicenti centristi applicano magistralmente, con la sola differenz adi non disporre dei voti che furono della Balena bianca e di incassare adesso un dividendo politico che però al momento opportuno sarà poco facilmente convertibile i in consensi elettorali. Voti che in questo momento sono il pallino di Alfano, alle prese con la soluzione di un rebus difficile come le allenzae per le elezioni siciliane. Proprio parlando delle regionali del prossimo novembre il leader di Ap ha attaccato il centrodestra (con i cui voti è attualmente parlamentare). Gli alfaniani hanno fatto un accordo con il Pd sul candidato (il prescelto per la presidenza della Regione è Fabrizio Micari, rettore dell’Università di Palermo), e in qualche modo bisogna giustificare questo voltafaccia agli elettori. L’alibi perfetto sono perciò i no di Salvini e Meloni – che in Sicilia appoggiano il più popolare Nello Musumeci. “In Sicilia sembra sempre più emergere a destra una prevalenza più dei veti che dei voti di Salvini e Meloni – ha detto il ministro – e questo è oggettivamente un problema per i moderati. Se anche in Sicilia che è una classica terra di moderati comandano gli estremisti, diventa tutto più complicato”. Vedremo quanti sono i moderati che capiranno Alfano.