L’idea circola da giorni nei palazzi europei con una formula che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata grottesca: usare il calcio come leva geopolitica contro Donald Trump. Il bersaglio sono i Mondiali Fifa 2026, organizzati negli Stati Uniti insieme a Canada e Messico. La miccia ovviamente è la Groenlandia, che l’amministrazione americana continua a trattare come un obiettivo strategico negoziabile, tra minacce di dazi e pressioni politiche sugli alleati europei. Ed è proprio in questo contesto che l’ipotesi di un boicottaggio europeo del torneo entra nel dibattito politico come strumento di deterrenza. Sarebbe una leva economica e di immagine.
La valutazione che circola tra diverse capitali Ue è lineare: la Coppa del Mondo rappresenta uno degli asset più sensibili per la Casa Bianca, un evento da miliardi di dollari e un pilastro della narrazione internazionale del secondo mandato di Donald Trump. Togliere l’Europa dal Mondiale significherebbe svuotarlo di valore sportivo, televisivo e commerciale. Per questo l’idea viene discussa come l’unico strumento capace di colpire davvero Trump, più di sanzioni o contromisure commerciali frammentate.
Il calcio come ritorsione diplomatica
Il boicottaggio prende forma sullo sfondo di una crisi transatlantica innescata dall’uso aggressivo della leva commerciale da parte di Washington. Le minacce di dazi collegate alla Groenlandia hanno spinto diversi governi europei a ragionare su risposte asimmetriche. Militarmente dipendente dagli Stati Uniti e divisa sul piano economico, l’Europa resta però dominante sul piano calcistico. E un Mondiale senza Germania, Francia, Inghilterra, Spagna e Paesi Bassi perderebbe il suo asse competitivo e gran parte dell’interesse globale.
Le prese di posizione politiche iniziano a emergere. In Germania, esponenti della CDU parlano apertamente del boicottaggio come “ultima risorsa” in caso di escalation. In Francia, il ministero dello Sport mantiene una linea prudente, ma una parte del Parlamento pone una questione di legittimità politica: partecipare a un torneo ospitato da un Paese che minaccia apertamente un alleato europeo. Nei Paesi Bassi, la mobilitazione è partita con una petizione pubblica che chiede alla federazione di ritirarsi. Tutti ribadiscono lo stesso passaggio formale: la decisione spetterebbe alle federazioni sportive, non ai governi. Una distinzione che serve banalmente a evitare lo scontro diretto con i regolamenti FIFA sull’interferenza politica.
FIFA, Infantino e il nervo scoperto
Il nodo centrale è la posizione della FIFA, sempre più percepita in Europa come sbilanciata verso la Casa Bianca. Le scelte simboliche e operative degli ultimi mesi hanno scalfito l’idea di neutralità, rendendo credibile uno scontro frontale con le federazioni europee. Per questo la Uefa valuta scenari di risposta collettiva: un’azione coordinata renderebbe quasi impossibile colpire singole federazioni senza danneggiare l’intero sistema calcistico globale.
I numeri spiegano perché la minaccia viene presa sul serio. I ricavi del ciclo mondiale dipendono in modo strutturale dall’Europa: diritti televisivi, sponsor, turismo sportivo ad alta capacità di spesa. Un’assenza europea attiverebbe clausole di rimborso con i principali broadcaster e ridurrebbe drasticamente il valore commerciale del torneo. Anche l’impatto economico sugli Stati Uniti verrebbe ridimensionato: senza tifosi europei, verrebbe meno una delle principali fonti di entrate per città ospitanti, hotel e compagnie aeree.
Il boicottaggio resta, per ora, una minaccia. Ma il solo fatto che venga discusso segna una rottura. Il calcio entra esplicitamente nel campo delle ritorsioni geopolitiche. Se la crisi sulla Groenlandia dovesse riaccendersi, l’Europa ha già individuato dove colpire. E questa volta il bersaglio vale miliardi.