Napolitano si è dimesso. Lui è contento di tornare a casa. E noi pure. Intanto proseguono le grandi manovre per scalare il Colle

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Il Re ha abdicato. Giorgio Napolitano ha firmato la lettera di dimissioni che è già stata consegnata alla presidente della Camera Laura Boldrini e lascerà, dunque, il Quirinale dopo quasi nove anni di mandato. Ora il presidente del Senato Piero Grasso svolgerà per il tempo necessario le funzioni di capo dello Stato. Renzi auspica che il futuro presidente sia – ha detto – ‘un arbitro di alto livello’. Il premier ha salutato Napolitano twittando #GraziePresidente.

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E da oggi s’inizia a giocare sul serio. Proprio per questa ragione tutta l’attenzione del mondo politico è rivolta all’annunciato addio del capo dello Stato. In una atmosfera quasi sospesa, nel Transatlantico di Montecitorio l’argomento è uno solo. Specie in casa Pd, dove un altro sguardo attento è rivolto a Matteo Renzi. Il premier, da oggi, formalmente inizierà a dare le carte nel complicato gioco che porta alla scelta del nuovo presidente della Repubblica. Da segretario del maggior partito e presidente del Consiglio, spetta di fatto a Renzi giocare un ruolo chiave in questa fase, tenere il pallino. E concretamente il premier, ben consapevole di questo, ha iniziato a muoversi.Questa mattina, alle 7,30, è convocata la segreteria del partito. Difficile che l’argomento non venga toccato.

IL PERCORSO
Unico dubbio, il “‘timing” dell’addio di Napolitano, atteso in mattinata. Con il presidente in carica sarebbe uno sgarbo parlare di successione. Comunque in segreteria quanto meno si dovrebbe fare cenno alla Direzione convocata per venerdì prossimo. Quella sì passaggio cruciale sulla via del dopo-Napolitano. Il punto da cui si partirà, Renzi lo ha già detto, sarà l’appello all’unità del partito. “La mia preoccupazione è quella di evitare quello che successe nel 2013”, aveva chiarito il premier ospite a “Otto e mezzo”. Per il resto, quasi tutti nel Pd concordano sul fatto che è ancora presto per mettere insieme in modo utile gli indizi dell’identikit del nuovo inquilino del Colle. A Strasburgo Renzi ha parlato di “un arbitro saggio” ma “non il giocatore di una delle due squadre”. Un no ad un politico? “Non credo”, sussurra un dirigente dem, “anzi, arbitro vuole dire che deve conoscere il gioco. Non può essere un estraneo”. Tra l’altro, fanno osservare alte fonti, con lo scenario internazionale scosso dagli ultimi eventi terroristici e (riflessione più sottile) con le altre due prime cariche dello Stato di estrazione laica, un capo dello Stato politico sarebbe quasi una necessità. Restano quindi alte nel totonomi le quotazioni di Walter Veltroni e Dario Franceschini. Ma terrebbe anche, a sorpresa, Giuliano Amato (“che ha una pensione in meno di Rodotà”, era la battuta che circolava oggi in Transatlantico). Così come quello di Sergio Mattarella. Ma la strada è ancora lunga. Un ruolo chiave lo rivestono Luca Lotti e Lorenzo Guerini.

LE STRATEGIE
In Direzione potrebbe essere anche formalizzata la mission degli sherpa dem di cui farebbero parte i capigruppo Speranza e Zanda. Un deputato democratico non ha dubbi: “Si guarderà prima al consenso e poi al dissenso su un nome”. Contatti e colloqui da oggi si intensificheranno. Al momento fonti autorevoli del Nazareno escludono un incontro tra Renzi e Berlusconi. Il premier, come è noto, ha indicato la quarta votazione come quella buona. L’idea è quella di arrivare all’assemblea dei grandi elettori dem con il nome buono. Senza rose. Pallottoliere alla mano, al Nazareno conterebbero su un centinaio di voti sicuri di Forza Italia. Non di più, ma “nemmeno di bocca così buona”. Fino ad allora il totonomi impazzerà, comprendendo tra i tanti Ugo De Siervo (pare non graditissimo a Berlusconi), Piero Fassino, Anna Finocchiaro, Paolo Gentiloni, Pierluigi Castagnetti, Graziano Delrio, Roberta Pinotti, Arturo Parisi, Raffaele Cantone, Pietro Grasso. La partita ha appena preso il via.