Nardella: “Renzi ha tolto al Cav

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di Vittorio Pezzuto

Per Dario Nardella, il deputato che da tempo opera nell’inner circle del segretario del Pd, la prima riforma attuata da Renzi è stata quella di considerare Berlusconi un interlocutore politico e non il nemico da abbattere. «Il suo vero successo – spiega – è stato proprio quello di normalizzare colui che per vent’anni è stato al centro della politica e della retorica del centrosinistra. Ponendolo sullo stesso piano di tutti gli altri interlocutori, ne abbiamo diminuito la rilevanza. Se l’avessimo escluso gli avremmo consegnato in mano l’arma con la quale ha vinto tutte le sue elezioni: presentarsi agli italiani come la vittima del settarismo post comunista. Renzi ha insomma tolto a Berlusconi la benzina dell’odio antiberlusconiano, quella con cui ha sempre alimentato la sua immagine e popolarità.
Ha imposto anche una franchezza di linguaggio del tutto inedita, soprattutto al vostro interno.
«Ha capito che il Paese è troppo prostrato perché il partito possa attardarsi sugli umori o le suscettibilità dei singoli e dell’apparato. Aveva promesso alle primarie che avrebbe cambiato il Pd per cambiare l’Italia. E in questo primo mese e mezzo ha mantenuto la parola con rara coerenza, imprimendo un’oggettiva accelerazione all’attività politica e cambiando con uno schema più moderno il linguaggio e le modalità del confronto politico».
Lo accusano però di usare frasi alla supercazzola, di atteggiarsi a bulletto di provincia.
«Lo conosco da molti anni e rivedo nel suo comportamento una sana toscanità che nei nostri territori è perfino normale. Semmai, grazie a questo linguaggio crudo e più comprensibile, intravvedo l’opportunità di una sinistra che abbandona definitivamente il vizio delle congiure con i guanti bianchi e che vive in modo autentico e sano il confronto politico nelle sedi deputate. Personalmente riconosco molto più valore a una discussione franca e condotta viso aperto tra avversari che non ai vecchi rituali per i quali nelle riunioni di partito ci si voleva tutti bene e un attimo dopo nei caminetti si consumavano battaglie e sgambetti trasversali».
I vostri gruppi parlamentari, nominati da Bersani, saranno unanimi nel sostenere l’accordo raggiunto con Berlusconi?
«Con loro Matteo è stato molto chiaro. In ballo non c’è soltanto una nuova legge elettorale ma anche l’eliminazione del Senato elettivo e una profonda modifica del titolo V della Costituzione. In questa partita il Pd e l’intera classe politica si giocano l’ultima goccia di credibilità che gli italiani sono disposti a riconoscer loro. Le conseguenze di un fallimento sarebbero drammatiche».
Se non altro il governo Letta guadagnerebbe un altro anno di vita. Sono settimane che il premier promette un cambio di passo. Non è la prova che l’esecutivo si sta avvitando verso il baratro dopo aver esaurito la sua spinta propulsiva? Un governo governa, non parla continuamente di se stesso.
«È vero che la risposta migliore che può dare sta nei fatti, aldilà dei molti annunci. Noi restiamo dell’idea che Letta abbia le capacità e gli strumenti per imprimere una svolta all’esecutivo grazie anche al prestigio internazionale di cui gode».
Non è che sia chissà quale consolazione per quanti si dibattono a fine mese in gravi difficoltà economiche…
«Per questo abbiamo intensificato il nostro pressing sui ministri. Non certo per mandarli in confusione ma perché siamo consapevoli della distanza che rischia di aumentare col Paese reale. Sono urgenti le riforme fiscali, il rilancio del lavoro e la semplificazione burocratica».
E Saccomanni, Giovannini e D’Alia sono gli uomini giusti per realizzare tutto questo?
«Non voglio cascare nella trappola del tiro al piccione sui ministri, anche perché il partito ha il diritto-dovere di indicare obiettivi e spingere il governo a realizzarli ma non quello di contrattare poltrone secondo i vecchi riti della prima Repubblica».
Non sarà invece che Renzi preferisce restare a debita distanza da questo governo per non sporcare il suo curriculum di leader?
«È vero proprio il contrario. A seconda dei risultati lo critica e lo sostiene, ma per lui resta il “nostro” governo. Sarebbe infatti davvero illusorio immaginare che gli italiani distinguano tra un Pd al governo e un Pd semplicemente seduto in Parlamento. Il legame c’è tutto, per questo incalziamo ossessivamente l’esecutivo nel tentativo di prevenire altri suoi errori madornali».