Nel Granducato di Juncker dilaga Pechino. Il commissario Ue contro la Cina. Che ora gli sfila una banca

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Il piano per contrastare gli investimenti cinesi in Europa, seppur allo stato ancora embrionale, ieri è stato effettivamente evocato dal presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, nell’ambito del discorso sullo Stato dell’Unione. La Notizia (vedi l’edizione di ieri) aveva già spiegato come questo piano sia il frutto di un’iniziativa della Germania, spinta anche dagli Stati Uniti, della Francia e dell’Italia, quest’ultima in realtà trovatasi coinvolta un po’ per forza d’inerzia.

L’operazione – C’è un dato ulteriore, però, che spinge a riflettere sulla coerenza della proposta di cui Juncker si è fatto vessillifero. All’inizio di settembre, quando il progetto anticinese era già nell’aria ma non in fase di avanzata comunicazione, è spuntata fuori la notizia dell’acquisto di una banca del Lussemburgo da parte di investitori cinesi. L’accordo ancora oggi deve attendere l’autorizzazione delle Autorità del Granducato, di cui lo stesso Juncker è stato premier, e della Banca centrale europea guidata da Mario Draghi. Si tratta di un “deal”, come si dice in gergo finanziario, di non poco conto. La preda, infatti, è Banque Internationale à Luxembourg, la banca lussembrughese più antica.

Il predatore – A rilevarne il 90% , se tutto andrà in porto, sarà la cinese Legend Holdings, che tra l’altro controlla Lenovo, colosso cinese dei computer. L’intesa prevede il passaggio del 90% del capitale dell’istituto di credito, finora detenuto da un veicolo della famiglia reale del Qatar. Il 10%, invece, è proprio in mano al Governo del Granducato. Il valore della cessione, secondo quanto riportato dai pochi organi di stampa che se ne sono occupati, si aggira intorno agli 1,4 miliardi di euro. Banque Internationale à Luxembourg, oltre al valore storico e d’immagine, è accreditata anche della gestione di asset per circa 37 miliardi di euro. Per questo l’operazione è stata inquadrata come la più grande finora portata avanti dalla Cina nel settore bancario. Insomma, è chiaro il perché tutto questo faccia riflettere sulla coerenza della proposta veicolata oggi dal lussemburghese Juncker.

Lo scenario – Questo non significa che in Europa non ci siano timori nei confronti della campagna acquisti cinese. E’ appena il caso di ricordare che oggi è cinese il primo azionista di Deutsche Bank, ossia la conglomerata Hna che si occupa di settori che vanno dall’aviazione agli alberghi. In Italia, come ricordato ieri da La Notizia, gli investimenti cinesi più pervasivi riguardano proprio settori strategici. Per esempio State Grid Corporation of China detiene il 35% di Cdp Reti, la società della Cassa Depositi e Prestiti che a sua volta ha in pancia il 30,1% di Snam, il 26% di Italgas e il 29,8% di Terna. Un presenza che, some si vede, si è estesa fino ad arrivare alla più importante società pubblica del Paese, ossia la stessa Cdp. Nel privato uno degli investimenti più ingenti è stato fatto da ChemChina in Pirelli, ma sono tante le società in cui la presenza della Cina, oggi guidata da Xi Jinping, nel corso degli ultimi anni ha fatto sentire tutto il suo peso.

Tw: @SSansonetti

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