Il 14 giugno 2025 Donald Trump ha organizzato una parata militare per il suo settantanovesimo compleanno. Cinque milioni di persone sono scese in piazza a protestare. Nessuno ricorda la parata.
Da quella giornata è nato No Kings. Il 18 ottobre 2025 erano già sette milioni in duemilasettecento eventi. Per sabato 28 marzo gli organizzatori contano oltre tremila appuntamenti, in contemporanea con la marcia londinese della Together Alliance, coalizione britannica con Brian Eno, Fontaines DC, Paul Weller e Kneecap tra i firmatari. A Roma, il 27 e il 28 marzo, il movimento prende forma italiana: settecento realtà aderenti, due giorni di concerto e corteo. Parole d’ordine ufficializzate in conferenza stampa: «No all’autoritarismo, no alla guerra, no al riarmo, no al genocidio e no alla repressione».
Il palco come atto politico
Venerdì alle 15.30 la Città dell’Altra Economia ospita un concerto gratuito con circa cinquanta artiste e artisti: Ditonellapiaga, Daniele Silvestri, Gemitaiz, Sabina Guzzanti, Ascanio Celestini, Mannarino, Willie Peyote, Rancore, Dutch Nazari, Bandabardò, Modena City Ramblers, Africa Unite, Assalti Frontali, Erica Mou, Giancane, Pop X, Il Muro del Canto. Un catalogo che attraversa decenni di musica italiana di impegno civile. La stessa logica della Together Alliance: la cultura come strumento di pressione, senza la pretesa di stare fuori dal conflitto.
L’area sarà accessibile per le persone in carrozzina, sul palco ci sarà un interprete LIS grazie alla collaborazione con Disability Pride Italia. Dettagli che, in una piazza politica, non sono mai soltanto dettagli: dicono chi è benvenuto e chi, di solito, viene lasciato fuori. Anche per il corteo del sabato è prevista una zona safe con auto di sostegno per anziani e famiglie con bambini.
La piazza e il confine dai partiti
Sabato 28 marzo alle 14.00 il corteo parte da Piazza della Repubblica e arriva a Piazza San Giovanni. Decine di migliaia attese da tutta Italia. Luca Blasi, tra gli organizzatori, ha chiarito il perimetro: «Chi verrà in piazza a portare pratiche non condivise con il movimento, allora non ne fa parte». Una piazza grande è sempre una piazza esposta.
Nessun partito, nessuna candidatura. I No Kings hanno anche lanciato una pressione verso le opposizioni parlamentari: risposte «fuori dalle logiche di potere». Vicini ai partiti abbastanza da far loro sentire il fiato sul collo, distanti abbastanza da non diventarne il serbatoio.
Il collante è la vittoria del No al referendum del 22 e 23 marzo sulla separazione delle carriere. Gli organizzatori chiedono le dimissioni di Giorgia Meloni: il No come mandato, la piazza come luogo in cui quel mandato viene rivendicato. Se il governo ha perso il referendum sulla sua riforma più simbolica, la legittimità vacilla; la piazza è il luogo in cui quella vacillazione diventa visibile.
Il modello che cambia
Negli Stati Uniti No Kings ha mosso dodici milioni di persone nelle prime due edizioni. In Gran Bretagna la Together Alliance ha radunato cinquanta organizzazioni contro la crescita di Reform UK di Nigel Farage. In Italia, settecento realtà si sono agganciate alla stessa rete. La simultaneità delle date ha un peso simbolico; il punto più rilevante è nel modello: la piazza smette di essere evento isolato e diventa nodo di una rete internazionale. Lo schema è quello della destra che governa attraverso la paura, che trasforma il nemico interno in risorsa elettorale permanente. Trump l’ha portato alla Casa Bianca. Meloni lo pratica a Palazzo Chigi. Farage aspira a Downing Street.
La risposta che il 28 marzo costruisce non è elettorale. È una risposta di presenza: corpi in strada, voci in piazza. Cinquanta artisti su un palco a Roma, Brian Eno e Fontaines DC a Londra, milioni di americani nelle strade. Date coincidenti, rifiuto condiviso. Nessuno ricorda la parata.