Nonno Mario non va in pensione, ma rischia di finire ai giardinetti. Draghi si candida al Quirinale. E i partiti vanno in fibrillazione

decreto Draghi
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“Un nonno al servizio delle istituzioni”. Sta tutta qui, in questa definizione coniata da Mario Draghi, la formale candidatura al Colle dell’attuale premier. Che, nel corso della conferenza stampa di fine anno (leggi l’articoloqui il video), cerca di destreggiarsi, in uno slalom degno dei più abili sportivi, tra le domande su un suo ipotetico trasloco da Palazzo Chigi al Colle. Ma alla fine viene tradito dai suoi istinti e desideri. “Il mio destino personale non conta assolutamente niente, non ho particolari aspirazioni di un tipo o di un altro, sono un uomo e un nonno al servizio delle istituzioni”, dice e di fatto si candida alla successione di Sergio Mattarella. E nella corsa per raggiungere il Colle più alto non ci sono più ostacoli per nonno Mario.

GLI OSTACOLI. Se le motivazioni che lo hanno portato a Palazzo Chigi sono state l’emergenza pandemica e la gestione del Recovery plan, le stesse che potrebbero giustificare una sua permanenza alla guida del Governo, Draghi spiega che oggi non sussistono più. La missione è stata compiuta. “Abbiamo conseguito tre grandi risultati: siamo uno dei Paesi più vaccinati, abbiamo consegnato in tempo il Piano nazionale di ripresa e resilienza e abbiamo raggiunto i 51 obiettivi posti dallo stesso Piano.

Il Governo ha creato queste condizioni per continuare il lavoro indipendentemente da chi ci sarà”, dice. E c’è di più: non solo Draghi non sarebbe l’unico in grado di gestire il Pnrr non è neanche vero che sia uno “scudo” allo spread se è vero che questo è aumentato da quando è al Governo. “È essenziale però – tranquillizza i parlamentari – che la legislatura vada avanti fino al suo termine naturale”.

L’importante è che a sostenere il Governo ci sia una maggioranza come quella attuale, se non più larga: “L’importante è che il Governo sia sostenuto da una maggioranza come quella che ha sostenuto questo governo, la più ampia possibile”. Maggioranza, a cui manda i suoi più sentiti ringraziamenti, “perché capisco che non sia facile lavorare insieme con idee diverse e punti di partenza drammaticamente diversi”. A decidere le sorti del Governo, insiste, sarà comunque il Parlamento. E al momento i partiti – Lega e Forza Italia da una parte, Pd e M5S dall’altra – non sembrano affatto gradire l’ipotesi di Draghi al Colle. Tutti si precipitano a diffondere in rete note che auspicano una continuità dell’azione di Governo.

PARLAMENTO SOVRANO. Parlamento sovrano, dicevamo. Un concetto su cui Draghi insiste parecchio. Poco importa che le Camere siano state esautorate nell’iter della legge di Bilancio. Sebbene il premier garantisca il contrario, ovvero che sulla Manovra ci sia stato il più ampio confronto tra le forze politiche. Manovra che assicura è “espansiva, progressiva ed equilibrata” e che non è vero, dice rispondendo a una domanda, che premia con il taglio delle tasse i ceti medio-alti. Al contrario favorirebbe quelli più bassi. Sebbene le stesse tabelle del Mef indichino benefici maggiori per i redditi dai 40mila euro in su.

Fa parziale mea culpa sul metodo utilizzato con i sindacati a partire dalla legge di Bilancio. Riconosce che sono stati informati “all’inizio” e “alla fine” e che bisognava anche informarli “durante”. Assicura che sulle pensioni ci sarà un vero confronto. Ma pone subito dei paletti: “Il vincolo è non rimettere in discussione la sostenibilità del sistema con il contributivo”. Al primo condono varato all’inizio del suo Governo, assicura, che non ne seguiranno altri. Insiste molto sulla campagna vaccinale. “I vaccini – dice – restano lo strumento di difesa migliore”.

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