Nulla ferma Colari

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Di Fabrizio Gentile

Non si può fermare un’azienda che fattura milioni di euro e dà lavoro a centinaia di persone solo per un automatismo per il quale, se il titolare dell’azienda è coinvolto in un’inchiesta giudiziaria, per il solo fatto che la materia di quell’indagine sia di interesse delle mafie – nel senso più generale del termine – allora deve essere esclusa dagli appalti pubblici senza ulteriori verifiche e senza la certezza dell’infiltrazione mafiosa.
Un concetto che abbiamo già approfondito nell’edizione di ieri in un articolo a firma di Sergio Patti, e che proprio oggi trova conferma nella decisione del Tar del Lazio che ha annullato il provvedimento interdittivo antimafia nei confronti di Manlio Cerroni, il re delle discariche, e della sia azienda madre, la Colari.

La vicenda
Dopo l’arresto di Manlio Cerroni e l’esplosione dell’inchiesta su Malagrotta, il Prefetto ha ritenuto che sussisteva la presenza di situazioni relative a tentativi di infiltrazione mafiosa nei confronti del Colari (Consorzio Laziale Rifiuti) e delle società ad esso riconducibili. Per questo ha emanato l’interdittiva, che in poche parole vuol dire il blocco di qualsiasi possibilità di rapporti contrattuali (leggasi appalti) con la pubblica amministrazione. I legali della Colari, però, hanno fatto ricorso al Tar, che nella seduta del 23 luglio ha accolto le rimostranze della Colari e annullato l’interdittiva. Secondo i giudici amministrativi, pur essendo vero che sia sufficiente il tentativo di infiltrazione avente lo scopo di condizionare le scelte dell’impresa – tanto più nella tipologia delle cosiddette ecomafie -, va rilevato come nelle oltre 400 pagine relative all’inchiesta su Malagrotta non sia mai evidenziato alcun aggancio con la mafia o contatto con esponenti mafiosi.

Mani libere
Le informative antimafia – spiegano i magistrati in sentenza – svolgono l funzione di anticipare la soglia dell’autotutela amministrativa per prevenire possibili ingerenze da parte delle organizzazioni criminali nelle attività delle pubbliche amministrazioni. Proprio per l’esigenza di prevenire la soglia delle tutele non è richiesto l’accertamento di responsabilità penali in capo ai titolari dell’impresa sospettata, ma è sufficiente che dalle informazioni acquisite tramite gli organi di polizia emerga un quadro indiziario dal quale traspaiano forme di collegamento tra l’impresa e la criminalità organizzata. Detta così, basta un’inchiesta per fermare un’intera azienda; ed è proprio ciò che sta accadendo in Italia su molti versanti, dove il potere dei magistrati è ormai ampiamente al di fuori dei confini della norma ma si inerpica pericolosamente sull’interpretazione non tanto del testo giuridico quanto delle situazioni ambientali. Il che provoca una sorta di onnipotenza giuridica che spesso incide pesantemente sulla vita stressa delle aziende.

L’annullamento
L’informativa antimafia comporta dunque effetti gravissimi che incidono sulla libertà d’impresa. Ecco perché i giudici del Tar hanno sottolineato che “non può essere disposta in via ‘automatica’ senza esaminare compiutamente i comportamenti, le cointeressenze, i contatti e tutti quegli altri elementi sulla base dei quali si può fondare il giudizio di sussistenza dei tentativi di infiltrazione mafiosa”. Il Prefetto deve dunque verificare, prima di adottare il provvedimento, l’esistenza della concreta possibilità di interferenze mafiose. L’interdittiva non può e non deve essere disposta basandosi solo su congetture. Nel caso di Cerroni, il provvedimento è stato adottato basandosi solo sul provvedimento del giudice penale, senza lo svolgimento di alcuna istruttoria, e ciò sebbene nell’ordinanza del Gip di oltre 400 pagine non si facesse mai riferimento a possibili contatti con soggetti legati alla criminalità organizzata”.
E così con sentenza numero 03954/2014 il Tribunale amministrativo regionale del Lazio ha annullato il provvedimento interdittivo “per difetto di istruttoria e di movitazione”.

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