Ombre russe sulla nuova banda larga di Open Fiber. La difesa dell’italianità vale solo per Telecom

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Cosa hanno a che fare Vladimir Putin e la banda larga italiana? Messa così, naturalmente, la domanda ha del provocatorio. Ma in fondo non è così peregrina, se solo si fanno alcuni passaggi. Qualche giorno fa l’Ad di Tiscali, Riccardo Ruggiero (ex numero uno di Tim) ha illustrato a un giornale la strategia futura della società fondata da Renato Soru, che viene da anni economicamente a dir poco tribolati. In un passaggio, il manager ha detto che sono stati raggiunti accordi con Open Fiber, alludendo a una possibile migrazione di Tiscali dalla rete di Telecom, l’ex monopolista di Stato, a quella della stessa Open Fiber, ovvero la società della banda larga controllata da colossi pubblici come Cassa Depositi e Prestiti ed Enel. Ora, non tutti sanno che da qualche settimana nell’azionariato di Tiscali si è in qualche modo rafforzata la presa della Russia. Azionista rilevante, con il 15,4%, è infatti la banca Otkritie, che però in tempi recenti è andata a un passo dal fallimento, con tanto di salvataggio da parte della Banca centrale russa, molto vicina al Cremlino (vedi La Notizia dell’1 settembre 2017). In più nell’azionariato di Tiscali, quanto ai diritti di voto, un peso del 19% va ascritto a un altro veicolo russo, che si chiama Investment Construction Technology. Insomma, la presenza russa nella società fondata da Soru è diventata a dir poco incisiva. Per questo ipotizzare accordi più stretti con Open Fiber, e quindi con Cdp ed Enel, potrebbe significare aprire a Mosca una finestra non indifferente sulla nostra banda larga.

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