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di Gaetano Pedullà

Al prevertice dei socialisti europei si è permesso di arrivare tardi. Con i suoi 31 eurodeputati Matteo Renzi può usufruire di questi e altri lussi. Ma da qui a spuntarla, prima con il fronte interno e poi con quello dei Popolari della Merkel, ce ne corre. In gioco non ci sono solo le nomine dei nuovi vertici Ue. Questo è il momento di cambiare volto a un’Unione che ha fallito. Abbiamo una moneta unica ma tanti cuori diversi. Troppi euroburocrati e nessuna politica estera comune. Poca solidarietà tra gli Stati, molto rigore sui conti. Questa Europa deve cambiare ha detto il nostro premier, e non ha torto. Come in Italia però, c’è poco tempo per procedere a piccoli passi. Bruxelles può avere un peso determinante per uscire dalla crisi. O per farci sprofondare sempre più in basso. L’onda d’urto degli euroscettici non ha travolto l’istituzione, ma il segnale che arriva dalla Francia e non solo si è sentito bene. Certo, Renzi può mettere sul tavolo l’autorevolezza di un leader che guadagna consensi mentre quasi tutti gli altri escono sconfitti dalle urne. Servirà a spingere D’Alema e forse Enrico Letta in Commissione. Convincere i partner a darci più tempo per applicare il Fiscal compact o più margine nel rapporto tra deficit e Pil, sarà tutta un’altra cosa. È qui però che si misura come sarà la nuova Europa e soprattutto quanto conteremo davvero. I mercati che se ne infischiano della sovranità popolare e hanno imposto la loro dittatura con l’artificio dello spread, ora sono più tranquilli. Forse è il momento buono per imporre gli Eurobond. A meno che, Renzi o non Renzi, in Europa contiamo sempre lo stesso. Poco e niente.