Ospedali come lazzaretti. Una vergogna che si continua a ignorare. Nelle corsie dell’inferno curarsi è diventato un miraggio. A Roma inutili attese anche di 10 ore

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di Antonio Acerbis

Uno dei casi più clamorosi è avvenuto nella notte tra venerdì e sabato, quando un clochard polacco è stato arrestato per aver percosso una sua connazionale di 47 anni per un posto letto sulle brandine preparate nei sotterranei del padiglione Marchiafava dell’ospedale San Camillo. Già, perché si sfruttano tutti gli spazi a disposizione  dato che, nel frattempo, al pronto soccorso c’è da aspettare ore per curarsi. Sono giornate drammatiche, tra materassi buttati a terra e repliche della dirigenza del nosocomio che, in qualsiasi modo la si guardi, non reggono.

LA STORIA – Perché il punto è uno: è inammissibile che si possa attendere un’intera giornata in attesa di una visita e, spesso, nemmeno la si riesce a effettuare e, persa la pazienza, si torna a casa peggio di prima. “Ho accompagnato mia figlia che aveva la febbre molto alta. Era venuta l’ambulanza a prelevarla a casa – racconta a LaNotizia uno dei tanti malcapitati di questi giorni – ci hanno portato a un ospedale piccolo, il Vannini di Tor Pignattara, tanto che ho pensato che avremmo fatto subito”. Speranze, purtroppo, vane. “Sono passate ben dieci ore in sala d’attesa – ci racconta ancora – senza che nessuno riuscisse a visitare mia figlia. Alla fine sono andato in farmacia e mi sono fatto dare un medicinale”. Ed è andata anche bene: “c’erano persone che stavano da più di 12 ore e stavano peggio di come potesse stare mia figlia. È un inferno, tra malati gravi, persone in attesa, clochard”. E il flusso di persone che “mette in difficoltà da circa sette giorni”, spiegano dal sindacato Anaao, non sembra interrompersi. Al San Camillo come altrove. Nella capitale, infatti, i più congestionati, sono l’Umberto I, il Gemelli e il Pertini.

FINO A 40 ORE DI ATTESA – E, come a Roma, così nel resto d’Italia. Scene simili, tra barelle e materassi buttati a terra, si sono visti anche al Cardarelli di Napoli e al San Giovanni Bosco di Torino. Qui l’incredibile: a tre giorni dal ricovero, una paziente era ancora in barella al pronto soccorso, tanto che è stato presentato un esposto alla procura indirizzando la denuncia per tortura, in copia, anche al ministro Beatrice Lorenzin. Né basta giustificare l’incredibile disservizio con la storia dei continui accessi. Perché se è pur vero questo, è altrettanto vero che i continui tagli alla sanità pubblica certamente non agevolano. O, perlomeno, non seda la rabbia di Grazia, donna di Salerno che, proprio ieri, ha raccontato su facebook la sua incredibile storia: arrivata al pronto soccorso dell’ospedale per via di una crisi respiratoria, ha abbondonato la sala senza alcuna visita e stremata dopo 4 ore di attesa. Esattamente la metà di quanto capitato ad un’altra signora al Nord, al pronto soccorso dell’ospedale di Sant’Anna a Como, che ha aspettato, invano, per ben otto ore. Eccoci, infine, in Calabria, altra regione (come Lazio e Campania) con la sanità in piano di rientro. E si vede: tra ospedali che chiudono e reparti-reperti, anche qui l’attesa è biblica. La storia agghiacciante arriva da Cosenza, dove una signora con l’anziano zio ha atteso per ben due notti: “dal 2 Gennaio ore 21:30 al 4 Gennaio ore 13:30, trascorsi in corsia nel pronto soccorso di Cosenza”, racconta. Quaranta ore complessive. Se non è inferno questo, poco ci manca.

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