Omicidio Meredith, otto anni alla ricerca della verità. Dall’assoluzione alla ripetizione del processo. Alla fine è Guede l’unico condannato

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

Era il primo novembre 2007 quando la studentessa inglese Meredith Kercher fu uccisa a Perugia con una coltellata alla gola. La ventiduenne era in Italia per l’Erasmus e il suo corpo, privo di vita, venne ritrovato in camera da letto coperto da un piumone. Il 6 novembre, pochi giorni dopo l’omicidio, finiscono in carcere Amanda Knox, Raffaele Sollecito e Patrick Lumumba Diya. Amanda e Raffaele, erano fidanzati da due settimane, Lumumba gestisce un pub in cui lavorava Amanda. Qualche giorno dopo tracce del dna di Meredith e Amanda vengono rilevate su un coltello da cucina sequestrato a casa di Sollecito. Mentre Lumumba viene rimesso in libertà: è estraneo al delitto. Nello stesso giorno viene arrestato Rudy Guede, ivoriano di 21 anni, bloccato dalla polizia a Magonza, in Germania, dopo che gli investigatori palmari hanno individuato l’impronta di una sua mano insanguinata su un cuscino accanto al cadavere della studentessa inglese e a diverse tracce di Dna in casa. Guede chiederà il rito abbreviato e viene condannato a 30 anni di reclusione, ridotta in appello a 16 (per concorso in omicidio) e confermata in Cassazione. Amanda e Raffaele vanno alla sbarra. La corte d’Assise condanna Knox a 26 anni di carcere e Sollecito a 25. Ma poi la corte d’Assise d’appello assolverà i due imputati “per non avere commesso il fatto” e ne dispone la scarcerazione. Si giunge in Cassazione e viene chiesto l’annullamento della sentenza di assoluzione. Richiesta che porta a un nuovo processo d’appello. È il 30 gennaio 2014 e la Corte d’assise d’appello di Firenze condanna a 28 anni e sei mesi Amanda e a 25 anni Sollecito. Fino all’assoluzione definitiva in Cassazione.