Troppi silenzi su Abu Mazen. Ebrei scontenti dopo la visita del Papa in Sinangoga. Bergoglio ha preferito parlare di ecologia piuttosto che di Palestina

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

di Salvatore Lontrano

Grande comunicatore, ma attento diplomatico. Il discorso di Papa Francesco alla Sinagoga di Roma, domenica 17 gennaio (7 Shevat 5776 nel calendario ebraico), è stato applaudito ma si è notato – e qualche commento è scappato all’interno del tempio ebraico da parte di qualcuno dei presenti – come sia pure un bel discorso esso sia stato cauto nel tratteggiare le relazioni tra la Chiesa e il Medio Oriente. Va bene l’ecologia globale e sottolineare le comuni radici tra cattolicesimo ed ebraismo, ma il discorso del Papa è stato – per motivi anche diplomatici – meno sostenuto di quello che ad esempio è stato pronunciato dalla presidentessa della Comunità Ebraica di Roma Ruth Dureghello. Ecco le sue parole: “Dobbiamo ricordare che la pace non si conquista seminando il terrore con i coltelli in mano, non si conquista versando sangue nelle strade di Gerusalemme, di Tel Aviv, di Ytamar, di Beth Shemesh e di Sderot”. E ancora: “Non si conquista scavando tunnel, non si conquista lanciando missili”. Il riferimento è molto chiaro: sta parlando della Palestina, che all’inizio di Gennaio la Santa Sede ha riconosciuto. Insomma, il richiamo è chiaro: non si può pregare insieme ad Abu Mazen e poi non dirgli che così le cose non vanno.

Dureghello dice chiaramente che: “La Fede non genera odio, non sparge sangue, richiama al dialogo”. E sottolinea che il messaggio dell’accoglienza, pace, libertà, rispetto dell’altro “possa trovare la collaborazione anche dell’Islam”. Guardacaso nelle prime file c’è Yahya Pallavicini, imam della Coreis Italiana, l’associazione che rappresenta una quota importante dell’Islam tricolore e che dialoga fattivamente col mondo ebraico.

Di terrorismo parla anche il Rabbino Capo di Roma, Riccardo Di Segni, per il quale: “le differenze religiose non devono però essere giustificazione all’odio e alla violenza, ma ci deve essere invece amicizia e collaborazione (…). Dobbiamo insieme fare sentire la nostra voce contro ogni attentato di matrice religiosa, in difesa delle vittime.

Il Papa pronuncia un discorso per metà dedicato al rapporto tra cristianesimo ed ebraismo, poi parla di grandi sfide. Nell’ordine: un’ecologia integrale, seguita da queste poche parole: “La violenza dell’uomo sull’uomo è in contraddizione con ogni religione degna di questo nome, e in particolare con le tre grandi religioni monoteistiche (…). Ogni essere umano (…) è nostro fratello, indipendentemente dalla sua origine o dalla sua appartenenza religiosa”. Poi parla della difesa di poveri, malati, emarginati e ricorda che: “Né la violenza né la morte avranno mai l’ultima parola davanti a Dio, che è Dio dell’amore e della vita). E chiude ricordando la Shoah e la deportazione nazista del Ghetto il 16 ottobre 1943, con la giusta standing ovation (tre in totale) per i testimoni della Shoah presenti in prima fila e che Francesco ha salutato con calore.

Una curiosità a proposito di ecologia e sobrietà stile Bergoglio: una Golf 7 TDI targa SCV nera (la targa nera è quella “comune”, la targa rossa è per le vetture “speciali” del Papa e di pochi eletti) ha trasportato in Sinagoga Domenico Giani, il capo della Gendarmeria vaticana, insieme a monsignor Leonardo Sapienza, Reggente della Prefettura della Casa Pontificia. Sobrietà, poco consumo e no, la Golf 7 non monta il motore EA189 finito nell’ambito del Dieselgate.