“Non stiamo aspettando. Abbiamo iniziato le prime fasi dell’attacco contro Gaza City”. Così alle 18 di ieri il portavoce dell’Idf, Avichay Adraee ha annunciato su X l’inizio delle operazioni militari a Gaza City. “Stiamo operando con grande forza nelle periferie della città”, ha aggiunto, mentre i reporter di al Jazeera (quelli ancora in vita) riferivano di migliaia di sfollati in fuga “sotto un cielo oscurato dal fumo dei bombardamenti”.
Solo poche ore prima la stessa Idf aveva dichiarato Gaza City “zona di combattimento pericolosa”, sospendendo le “pause tattiche” introdotte per consentire la consegna di aiuti umanitari. Un’offensiva che arriva quando il bilancio dei morti palestinesi accertati ha superato quota 63mila e 159.490 quello dei feriti.
Il raid in Yemen, ucciso il primo ministro degli Houthi
E che giunge il giorno dopo l’uccisione in Yemen del primo ministro del governo degli Houthi, Ahmed al-Rahawi, colpito in un raid israeliano giovedì in un appartamento a Sanaa. L’Idf ha anche annunciato di aver recuperato i corpi di due ostaggi. Una “vittoria” che ha permesso al premier Benjamin Netanyahu di dichiarare che “la campagna per il ritorno degli ostaggi continua senza sosta e non ci fermeremo fin quando non avremo riportato a casa tutti gli ostaggi, quelli in vita e quelli deceduti”.
Dopo l’Onu, la polemica con il World Food Programme
Netanyahu ha trovato anche il tempo di attaccare Cindy McCain, direttrice esecutiva del World Food Programme (Wfp), per le sue recenti affermazioni secondo cui le famiglie di Gaza starebbero soffrendo la fame a causa della carestia. “È una rappresentazione distorta”, ha affermato il premier israeliano, sostenendo che “Israele consente un flusso costante e sufficiente di aiuti umanitari verso GAZA”.
L’Ue resta immobile, come l’Italia
Un attivismo quello israeliano al quale fa da contraltare l’immobilismo dell’Ue: “Non posso commentare perché ho ricevuto la notizia poco fa senza poter approfondire, ma questo non migliora le cose”, si è limitata a dire l’alto rappresentante Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, interpellata sulla dichiarazione di Gaza come “zona di combattimento”. Poi il silenzio. Come in silenzio è rimasto il governo italiano, dopo le parole (a vuoto) pronunciate dalla premier Giorgia Meloni al Meeting di Rimini.
I Paesi fanno da soli
Si sono mossi invece i ministri degli Affari Esteri di Islanda, Irlanda, Lussemburgo, Norvegia, Slovenia e Spagna che hanno condannato con fermezza l’offensiva israeliana. In una dichiarazione congiunta, i ministri hanno avvertito che l’intensificazione delle operazioni militari mette a rischio la vita degli ostaggi ancora nelle mani di Hamas e provoca la morte di civili palestinesi, tra cui donne, bambini e anziani. Condannato anche lo sfollamento forzato dei palestinesi, definito “una flagrante violazione del diritto internazionale”. La Turchia, invece, ha annunciato la rottura dei rapporti diplomatici ed economici con Tel Aviv.
Intanto la Global Sumud Flotilla si prepara a partire
Intanto dalla Liguria e dalla Sicilia si prepara a partire la sezione italiana della Global Sumud Flotilla. Saranno 20 le barche, con 15 tonnellate di aiuti umanitari, quelle al via dall’isola il 4 settembre. “Partiremo dalla Sicilia – spiega Maria Elena Delia, portavoce italiana della missione – ma non vogliamo per ora indicare i luoghi di partenza. Non lo diciamo per questioni di sicurezza, poiché temiamo sabotaggi, che ci sono sempre stati, anche nel caso ultimo della Handala, dove nei contenitori dell’acqua c’era acido. Utilizziamo anche dei sub per controllare che non vengano a sabotare le parti meccaniche: non è una preoccupazione maniacale, è che negli ultimi 15 anni questi sabotaggi sono avvenuti”.
Sabotaggi israeliani? “Non posso dirlo – risponde – perché non ho mai visto chi li faceva. Posso solo dire che abbiamo avuto barche sabotate”. A quelle siciliane si aggiungeranno le barche partite da Genova, dove l’organizzazione mirava a raccogliere almeno 40 tonnellate di aiuti alimentari. Ma ne sono arrivate già 260… In totale, s’imbarcheranno circa 200 persone, che “si incontreranno con quelle che saranno partite da Barcellona il 31, mentre il 4 si uniscono a quelle dalla Tunisia”, aggiunge Delia. Almeno una decina di giorni la navigazione prevista per (tentare di) arrivare a Gaza.