Patto con i sindacati. Per crescere più di Berlino

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di Monica Setta

Dopo il grande convegno di Torino “possiamo dire che il sistema Paese ė davvero al bivio: se non facciamo alcune cose subito, sarà la paralisi dell’industria italiana. Ma se riusciamo a siglare presto un patto con i sindacati trovando alcuni punti di accordo, beh allora c’ė la possibilità che l’Italia, oggi secondo paese in Europa nel manifatturiero, strappi la leadership alla Germania”. Vincenzo Boccia, salernitano, classe 1964, presidente della Piccola industria di Confindustria non si era mai spinto fino a tanto. Non è un ottimismo istintivo, il suo, piuttosto il frutto della valutazione di ciò che ė successo nel week end scorso a Torino quando gli imprenditori italiani hanno lanciato un “ponte” ai sindacati. Qualcuno ha parlato di “compromesso storico” fra aziende e confederazioni, altri hanno rilanciato l’edizione contemporanea di quel “patto fra produttori” caro allo storico leader della Cgil Luciano Lama. Di sicuro, l’obiettivo dichiarato dal tosto Boccia alla vigilia della kermesse torinese (“Trasformare la rabbia in passione”) è stato centrato.

E’ stato un piccolo “miracolo” laico: trasformare il nervosismo della base associativa, pressata dalla crisi economica e dall’impasse politica, in una forza propulsiva pronta a cercare convergenze con i sindacati per rilanciare il Paese. Le imprese arrabbiatissime sono uscite dal convegno di Torino con la speranza di ribaltare il tavolo. Speranza quanto concreta?

“Alla politica abbiamo mandato segnali inequivocabili e non da ora. Non abbiamo avuto mai risposte chiare mentre le nostre aziende, appesantite dalla crisi economica, rischiano di esplodere o di finire abbandonate a loro stesse. È da qui che siamo partiti per trasformare la rabbia in passione, per convogliare le forze, unirci ai sindacati nel terreno della comune battaglia per la competitività. E non è solo questione di emergenza. Il tema è più ampio, il dibattito più approfondito. A Torino abbiamo discusso della possibilità di ripartire definendo in modo rigoroso una volta per tutte “quale industria” e “quale Paese” vogliamo, nell’ottica di rialzarci per riprendere una corsa che ancora adesso – e so che a qualcuno potrebbe sembrare strano, ma non lo ė – possiamo vincere. Era necessario prendere consapevolezza del fatto che in un’economia di guerra come è ora la nostra, il pragmatismo ci insegna ad andare in un’unica, chiara direzione. Le do solo un paio di dati che fanno capire meglio la situazione: nel 1945 cioè a seconda guerra mondiale finita il reddito degli italiani era ripiombato indietro di 25 anni, esattamente ai livelli del 1920. Oggi i nostri redditi nazionali sono tornati indietro alle cifre del 1996. Non le sembra uno scenario da economia bellica?”.

Concordo. Avete fatto una scelta di pragmatismo. Ma perchè non siglare subito con i sindacati un protocollo d’intesa proprio a Torino?

“Il nostro era un invito, abbiamo posto per adesso una questione di “metodo” e di “merito”, il resto dovremo costruirlo insieme noi “attori della fabbrica” . C’ė chi ha pensato alla riproposizione degli accordi del ‘93 senza pensare che da allora la situazione è radicalmente mutata. Allora, infatti, c’era l’arma della svalutazione, la leva monetaria. Oggi non resta che l’autoregolamentazione delle parti, la possibilità di mettersi insieme non “contro” qualcuno ma nell’interesse di tutti. Vede, discutendo di crisi, di default annunciato, pochi riescono a ricordare una cosa essenziale. Che i valori economici fondamentali del nostro Paese sono teoricamente a posto. Siamo il secondo paese manifatturiero in Europa dopo la Germania e corriamo con un gap incredibile. Vuole una prova?”

Certamente, mi dica…

“Quando un’azienda italiana va a vendere all’estero prodotti e servizi deve fare i conti con una serie di “aggravanti” di questo genere: 1) il costo del lavoro per unita di prodotto ė nel nostro caso 30 punti più caro rispetto alla Germania; 2) la global TAX rate italiana sta sopra al livello tedesco di altri 20 punti; 3) il costo dell’energia nel nostro paese supera di 30 punti lo standard dei tedeschi. Ecco perchè se riuscissimo a rimettere in moto il circolo virtuoso della nostra economia potremmo tranquillamente ambire a strappare, come le dicevo prima, la leadership alla Germania. Il metodo, lo ripeto, è un saggio pragmatismo che ci spinga a trovare con i sindacati una serie di convergenze su alcuni punti cruciali per salvare il paese. Non è un ottimismo incauto, è una semplice osservazione della realtà e delle possibilità che ancora oggi hanno le aziende italiane che sono in molti casi sane e piene di prospettive”.

Possibile che questa soluzione, il compromesso storico fra Confindustria e sindacati, tenda ad azzerare la politica?

“Assolutamente no. Dinanzi alla rabbia delle nostre aziende, pur constatando che l’economia paga il prezzo dell’assenza di un governo, noi abbiamo chiesto l’esatto contrario ossia più politica. Il tema non è solo legato all’instabilità. Noi chiediamo alla politica di fare bene la sua parte perchè esistono le condizioni per far ripartire l’economia italiana. E sarebbe assurdo ignorare la possibilità di fare riforme strutturali dell’economia e abbandonarsi all’inevitabile default. Torino per noi è stato il punto di partenza, non di arrivo. Di tutto questo si parlerà domani in comitato di presidenza della Confindustria e poi nel confronto con i sindacati. Abbiamo una chances, giochiamola al meglio”.

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