L’Italia rischia di essere bombardata? I missili iraniani possono raggiungere il nostro Paese? E ancora, se Teheran ci mette nel mirino, le nostre difese sarebbero in grado di respingere la minaccia? Non avevamo svuotato gli arsenali per mandare tutte le armi a Kiev…? Sono alcune delle domande che molti italiani si stanno ponendo, soprattutto dopo il missile balistico iraniano diretto in Turchia, abbattuto ieri dal sistema di difesa aereo Nato nello spazio aereo di Ankara.
Per tentare di dare una risposta, La Notizia ha raggiunto il professor Nicola Pedde, direttore generale del centro di ricerca indipendente Institute for Global Studies (Igs).
“Per ciò che rimane dell’arsenale dell’Iran l’Europa è irraggiungibile”
Per Pedde possiamo stare relativamente tranquilli, perché “l’Iran non può colpirci con la sua aeronautica, perché di aerei efficienti ne sono rimasti molto pochi”. Inoltre, per il professore, “anche se l’Iran non fosse stato colpito duramente, non avrebbe avuto le capacità logistiche per gestire un’operazione a così ampia distanza. L’Europa è lontanissima da qualsiasi ipotesi di possibile impiego dell’aeronautica militare iraniana”.
L’analista smorza anche le preoccupazioni su altre ipotesi di possibili attacchi, sia quello missilistico (“non abbiamo indicazioni certe sul fatto che i missili iraniani siano in grado di raggiungere il continente europeo, e anche se lo fossero, dovrebbero attraversare una serie di sistemi difensivi alleati che li intercetterebbero”), sia attraverso i droni (“che devono essere lanciati da paesi vicini o comunque da elementi già presenti sul territorio nazionale”).
Più probabile che Teheran concentri il fuco sul Golfo
Per Pedde inoltre le priorità strategiche iraniane non sono certo quelle di “sprecare missili o droni contro obiettivi che non avrebbero nessun valore sotto il profilo pratico (come l’Italia, ndr)”, più probabile invece che Teheran rivolga ciò che resta del suo arsenale offensivo verso l’area del Golfo, “dove può cercare e sperare di innalzare il costo politico ed economico del conflitto. L’obiettivo dell’Iran”, aggiunge il professore, “sembra essere quello di resistere quanto più possibile, per cercare di spingere americani, israeliani e comunità internazionale a forzare la mano in direzione di una soluzione non militare”.
La difesa italiana si basa sulla cooperazione Nato
E circa la condizione delle riserve di armamenti del nostro Paese, sottolinea come “il rifornire gli alleati, non significa sguarnire se stessi, non significa avere buchi nella propria capacità di difesa aerea”. Per l’analista la sicurezza italiana passa soprattutto per le capacità di coesione all’interno della struttura Nato.
“Abbiamo visto come il missile contro la Turchia abbia attivato un sistema comune di difesa, perché c’è una integrazione dei sistemi. Il principio è quello di non traslare il rischio sul singolo Paese, ma di portarlo sulla componente collettiva, che poi lo deve gestire in termini di alleanza”.
E se si ricorda al Pedde che era stato lo stesso ministro della Difesa, Guido Crosetto, a denunciare che l’Italia ha bisogno di fare forti acquisti di armi, anche in chiave difensiva, il professore risponde sicuro: “Dobbiamo certamente incrementare il sistema, perché veniamo da una fase di gestione della pianificazione militare che considerava un’altra natura dei rischi”.
Per Pedde il nemico contro cui prepararsi è la Russia
“La minaccia alla quale immagino il ministro si riferisce oggi”, aggiunge Pedde, “non è quella di un paese come l’Iran, quanto a una minaccia di più ampia portata che potrebbe emergere da un conflitto su larga scala in futuro, che possa interessare la Nato nella sua interezza. Quindi non una minaccia proveniente da un singolo stato, quanto una minaccia di più ampia scala con attori di ben più rilevante portata sotto il profilo della capacità militare”.
In definitiva, secondo Pedde – e probabilmente Crosetto – il vero possibile nemico contro il quale bisogna prepararsi è la Russia: “Dobbiamo entrare in una dimensione di pensiero che ci deve portare a considerare i rischi di un confronto su larga scala con grandi attori, come ci ha insegnato il conflitto in ucraina, perché i retaggi della guerra fredda sono passati, ma fino a un certo punto. Dobbiamo prevedere l’eventualità di doverci preparare quantomeno in termini di deterrenza, per cercare di scoraggiare un conflitto su più ampia scala”, conclude Pedde.