Per la Corte dei Conti il sistema delle concessioni autostradali va rivisto. Serve maggiore equilibrio tra pubblico e privato

ANGELO BUSCEMA
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Sulle concessioni autostradali in Italia la corda è già stata tirata troppo a lungo. Prima e dopo la tragedia del Ponte Morandi a Genova. Con affari d’oro per i concessionari e assai scarso interesse per gli interessi dei cittadini. La pacchia deve finire. E questa volta a dirlo non è il Governo o una singola forza politica, ma sono direttamente i magistrati. Mentre, con il decreto Milleproroghe, si torna a discutere animatamente dei signori del casello, ieri la Corte dei Conti ha inviato al Parlamento, a Palazzo Chigi, ai Ministeri delle infrastrutture e dell’economia, all’Anas e alle Authority competenti in materia una relazione di oltre 120 pagine in cui boccia l’attuale gestione della rete autostradale.

IL NODO. I magistrati contabili della sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato fanno propri dei concetti che in larga parte appaiono dettati soprattutto dal buon senso, ma che sono, come spesso evidenziato su queste colonne, rimasti ben distanti da caselli e pedaggi. A partire dal particolare che è necessario “individuare il punto di equilibrio tra remunerazione del capitale e tutela degli interessi pubblici e dei consumatori, in un contesto di effettiva attuazione dei principi della concorrenza e dell’efficienza gestionale”. Semplice a dirsi, ma sinora non a farsi sui seimila chilometri di autostrade gestite da 22 diverse società, in virtù di 25 rapporti concessori, e con ben 14 concessionarie che gestiscono il 75% della rete e il 77% del traffico annuale.

Nella relazione firmata dallo stesso presidente della Corte dei Conti, Angelo Buscema, viene inoltre evidenziato che è fondamentale procedere “alla rapida introduzione di un sistema tariffario tale da consentire un rendimento sul capitale investito, compatibile con quello di mercato per investimenti di rischio comparabile” e “all’accelerazione delle procedure per la messa a gara delle convenzioni scadute”. I magistrati battono poi sull’importanza di reali controlli, sulla verifica degli investimenti e sulle troppe inefficienze da superare, dai modelli tariffari alle tante clausole contrattuali “particolarmente vantaggiose per le parti private”. Piaghe da sanare. Con tanto di ultimatum da parte della Corte dei Conti: sei mesi di tempo.

IL FUTURO. I magistrati ricordano nel dossier le “severe critiche” rivolte negli anni dalle Autorità indipendenti, come l’Anac e Bankitalia, alla “mancata apertura al mercato delle concessioni” e la conseguenza di tale chiusura, caratterizzata da “un defatigante, continuo confronto con l’Unione europea per ottenere la conservazione di uno status quo in contrasto con i principi dell’Unione stessa”. Tra le raccomandazioni fatte dai magistrati vi sono così quelle di accelerare le procedure per l’affidamento delle nuove concessioni, da svolgersi prima della scadenza delle vecchie e senza ricorrere a ulteriori proroghe, di effettuare continue verifiche sugli investimenti rapportati alle tariffe e di rafforzare gli strumenti di controllo interni al Ministero, di “evitare la programmazione di investimenti poco utili o di difficile realizzazione al solo scopo di ottenere una proroga della concessione”, e di adottare “un più adeguato sistema di sanzionabilità delle inadempienze”, adeguandosi finalmente ai principi europei.