Per le imprese il futuro è nero

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Dalla Redazione

La si potrebbe definire la doppia faccia dell’impresa italiane. Da una parte le nostre aziende, come rilevato dall’Istat, hanno una crescente fiducia e dall’altra, invece, temono una nuova impennata di dissesti finanziari per il 2014. Lo rivela un sondaggio di Unimpresa, secondo il quale il 64,4% delle nostre company vede “ancora nero e il secondo semestre del 2014” il quale “resta pieno di ombre per quanto riguarda le prospettive di ripresa economica”. Una situazione da allarme rosso secondo il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi. Diversi sono i motivi di questo pessimismo secondo i nostri imprenditori: problemi con le banche per la concessione di credito, difficoltà nel rispettare scadenze e adempimenti fiscali, ritardi dei pagamenti della pubblica amministrazione, mancati incassi da clienti privati, impossibilità di pianificare investimenti, scarsa flessibilità nel gestire l’occupazione.

Secondo i risultatidello studio “nei prossimi mesi potrebbe registrarsi un’impennata di dissesti finanziari, stati di crisi o addirittura fallimenti e altre procedure concorsuali. Una previsione decisamente cupa che viene registrata nel 64,6% delle risposte ai questionari”. Il sondaggio Unimpresa è stato condotto fra le 122mila aziende associate sulla base dei risultati del primo semestre 2014: buio pesto, dunque, per oltre 76mila imprese.

I motivi del pessimismo, si diceva, sono diversi. A partire dalla questione del credito che riguarda “Anzitutto l’inasprimento delle condizioni per la concessione di nuovi finanziamenti; poi viene segnalato l’aumento delle richieste di rientro, anche fra le imprese con bilanci in regola”. C’è poi il problema dei ritardi di pagamento da parte della Pubblica Amministrazione. Solo una parte del debito di 90-100 miliardi vantato nei confronti dello Stato risulta pagato. Trovano scarsa applicazione, tra l’altro, le nuove direttive comunitarie che imporrebbero allo Stato di saldare le fatture entro 60 giorni.

Altro elemento critico è “l’ingessamento del mercato dell’occupazione”. Le nuove regole, entrate in vigore lo scorso con il Governo tecnico, osserva Unimpresa, “non hanno migliorato la situazione e non hanno risposto alla esigenza di maggiore flessibilità chiesta dai datori di lavoro”.