Per salvare l’Europa serve un nuovo Trattato. Austerità, immigrati, stop alle frontiere: l’Unione sta morendo. L’economista Emanuele lancia l’ultima chiamata o sarà crac

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di Sergio Patti

Cita il sogno dei padri dell’Europa: Spinelli, Adenauer, De Gasperi e Monnet. Ma chiudendo ieri a Roma il convegno su “Una nuova concezione dell’ordine mondiale: gli Stati Uniti (politici) d’Europa”, il professore Emmanuele Emanuele non rinuncia a una visione realistica e preoccupata su quello che l’Europa è oggi e soprattutto rischia di diventare domani. Docente universitario, promotore di rilevanti iniziative culturali e sociali, anche con la Fondazione Roma di cui è presidente, Emanuele ammette che se il sogno dei padri si fosse avverato, oggi l’Europa avrebbe certamente potuto guardare al resto del mondo in posizione di sicurezza, di vantaggio competitivo anche a livello geopolitico, con una struttura istituzionale alle spalle solida, democratica, economicamente florida, compiuta, civilmente e socialmente avanzata, ed in grado di fronteggiare oggi la crisi di Occidente e Oriente. Fin dai tempi della costituzione dello Sme – ha ricordato il professore – in un suo discorso a Firenze nel 1978 segnalava come l’Unione europea doveva basarsi su una politica comune nei confronti del dollaro e delle principali monete extra Cee, secondo meccanismi coercitivi, che imponessero ai Paesi membri la convergenza delle politiche economiche nazionali, un grado soddisfacente di compatibilità tra il livello della parità monetaria della dinamica dei salari e dei prezzi nei diversi Paesi, rigorosi criteri per la concessione ed il rimborso di aiuti finanziari a medio termine, l’assunzione di precisi impegni a favore delle aree meno favorite della Cee.

FACILE PROFEZIA – “Alla luce di queste riserve – ha aggiunto – già allora mi chiedevo se eravamo proprio sicuri di andare nella direzione indicata dai padri fondatori. La mancanza infatti di un’identità comune riconosciuta e di una volontà forte degli Stati aderenti alla Sme di voler costruire un nuovo importante soggetto unitario, non soltanto economico, ma, in prospettiva, anche politico, la difficoltà nel coordinamento delle politiche nazionali, volte al riequilibrio economico, occupazionale e fiscale, mi sembravano segnali preoccupanti, che indicavano il rischio di ridurre lo Sme ad una semplice area di libero scambio senza ulteriori ambizioni”. E qui arriva l’ammissione. “Purtroppo, l’Europa di oggi c’entra poco con il sogno dei Padri fondatori, e tutti avvertiamo un profondo disagio nel contemplare la realtà odierna, che si palesa non come l’Europa dei popoli, bensì come quella dei mercati o degli euro burocrati, che fa nascere in molti la legittima tentazione di chiamarsi fuori dalla Ue, nonché da una moneta unica che è nata male e sta crescendo peggio”.

OCCASIONE BUTTATA  – “La grande opportunità di dar vita ad un’unione politica di Stati e di popoli, connotati da radici e identità comuni, e da una storia anch’essa per molti versi comune, è stata perduta, ed oggi bisogna prendere atto che il progetto originario è a tal punto mutato, da essere irriconoscibile. La necessaria cessione di sovranità insita in ogni architettura pluristatuale e federale è avvenuta non a favore di un’istituzione sovranazionale, democratica e rappresentativa di tutti i popoli, ma di un apparato tecnocratico soggiogato dall’ossequio assoluto a parametri economici. C’è stata una “superfetazione” di oligarchi non rispondenti ad alcuno, non eletti democraticamente, che condizionano il vivere degli europei in modo ossessivo e invasivo. L’occupazione da parte delle oligarchie tecnocratiche, prive di legittimazione democratica e responsabilità, dei ruoli decisionali a livello nazionale ed internazionale, nonché la progressiva crescente ridotta autonomia dei parlamenti statuali e degli esecutivi, insieme alla diffusa inettitudine delle classi politiche, hanno costruito il contesto ideale per far passare scelte funzionali agli interessi della grande finanza globale”.

PATTI LEONINI – “Un esempio lampante – ha continuato il professore – sono i due trattati sul Meccanismo europeo di Stabilità (da Modigliani definito “di stupidità” e ritenuto da Stiglitz basato su teorie prive di fondamento nella letteratura economica) e sul Patto di Bilancio (fiscal compact), sorti per imporre agli Stati membri, con un vero colpo di Stato, il trasferimento nei loro ordinamenti di regole severe, indirizzate al risanamento dei conti pubblici, ma che vanno a discapito degli investimenti e di politiche votate alla ripresa ed allo sviluppo. Inoltre, siamo ben lontani dall’Europa dei popoli, poiché esiste una distanza siderale tra le istituzioni comunitarie ed i cittadini europei, i quali non sono chiamati ad esprimersi sulle grandi questioni e tematiche che li coinvolgono, ad esempio il discorso della gestione dei flussi di migranti e rifugiati, e anche il Parlamento europeo ha un peso ancora assai modesto, mentre l’operatività funzionale viene decisa da uffici deresponsabilizzati e spesso non sensibili ai problemi dei singoli Paesi. Quanto poi alla moneta unica, sono stati sbagliati i tempi, e l’errore non è stato da poco. Invece di fare prima l’Europa come architettura istituzionale e politica, lo stato federale, cui costruire intorno politiche economiche e fiscali comuni, indirizzi di politica estera e di sicurezza condivisi, si è preferito fare l’euro, contraddicendo ogni logica, che contempla da sempre che uno Stato prima si costituisce e poi crea la moneta. Sul versante economico e nei suoi evidenti risvolti sociali, dunque, che si è palesato in misura più evidente e drammatica il fallimento del progetto europeo. Qui l’Europa sconta un grave errore nella diagnosi dei propri problemi e, conseguentemente, nella soluzione. Si è pensato che l’eccesso di spesa e di debito fossero il nodo cruciale e, pertanto, si è cercato di ridurli attraverso l’austerità. Errore grave, perché l’austerità, casomai, è riuscita solo a trasformare fasi di flessione in vere recessioni”.

14EMANUELE EMMANUELE“In questo – continua Emanuele – molto hanno pesato gli orientamenti adottati dalla Germania, che si proclamata leader del consesso europeo, che hanno finito per favorire soltanto sé stessa, mettendo in difficoltà gran parte dell’Europa del Sud. Il complesso di Weimar, di cui la Germania è ancora intrisa, ossia il terrore dell’inflazione, ha fatto ritenere che l’innalzamento delle imposte fosse la strada maestra per risolvere tutti i problemi: errore macroscopico cui l’Italia si è maldestramente accodata. Senza contare che spesso la Germania si è comportata in modo assai spregiudicato. Le banche tedesche hanno praticato fuori dal loro Paese una politica assolutamente opposta a quella nazionale: hanno prestato soldi per i mutui subprime negli Usa; hanno finanziato la crescita esplosiva del mercato immobiliare in Irlanda; hanno garantito liquidità ai banchieri islandesi che si sono lanciati in speculazioni così rischiose, da portare il Paese al collasso, e lo stesso hanno fatto in Grecia, Spagna e Italia”. Un altro punctum dolens dell’assetto comunitario – spiega Emanuele – è poi la Banca europea, che, “al di là di tutti i proclami sul suo ruolo, ha un unico reale obiettivo: tenere sotto controllo l’inflazione, conservando il potere d’acquisto nell’area euro, attraverso il controllo della base monetaria o la fissazione dei tassi d’interesse a breve. I suoi poteri sono importanti (la decisione di ricorrere al quantitative easing è una testimonianza), ma comunque limitati, e non paragonabili a quelli delle banche centrali di Paesi quali il Regno Unito, il Giappone, gli Usa”.

ACCOGLIERE SI PUÒ – “Un altro versante che ha palesemente messo in luce la fragilità della Ue come oggi realizzata è quello del fenomeno migratorio. Gli immigrati sono una risorsa e non un problema, perché svolgono lavori che gli italiani e gli europei non vogliono più fare, come quelli in agricoltura o quelli di cura ed assistenza degli anziani e dei malati, ma solo laddove si riesca a gestire in modo comune ed unitario i flussi d’ingresso e, soprattutto, far sì che queste persone si integrino nei Paesi di accoglienza, distinguendo tra chi ha diritto all’asilo da chi è solo alla ricerca di lavoro e di condizioni economiche migliori.  Questo non vuol dire né spalancare le porte dell’Italia e dell’Europa a tutti indistintamente, né precludere altrettanto indistintamente l’accesso. L’accoglienza dignitosa va garantita, ma per essere effettivamente tale, non può non tenere conto delle concrete esigenze e dei livelli di saturazione del mercato del lavoro, nonché dei profili relativi alla sicurezza, che impongono delle scelte dolorose, ma inevitabili”. L’unica strada per evitare tragedie immani e conflitti sociali è quella di intervenire direttamente nei Paesi di emigrazione, per creare sul posto le condizioni necessarie e sufficienti per far sì che soprattutto i giovani siano indotti ad investire le loro energie ed il loro futuro nel Paese di origine. Questo compito, a mio parere, dovrebbe essere affidato all’Onu, altrimenti non si capiscono le ragioni dell’esistenza di quest’organismo. Per coloro che fuggono da aree di guerra, si potrebbero creare degli spazi “franchi” in Africa e in Medio Oriente, ai confini con le zone di conflitto.

OCCHIO ALLA BREXIT – “Non manca neppure il rischio – ha detto Emanuele – che un Paese importante, per quanto sempre un po’ defilato e critico, come il Regno Unito, possa uscire definitivamente dalla Ue se non vengono realizzate quelle riforme nella governance europea, in particolare, il rafforzamento dei poteri del Parlamento europeo con contemporanea riduzione di quelli della Commissione, che essa chiede. Ma la responsabilità dell’ondata antieuropeista ricade interamente proprio sulle spalle di quelle élite che con le loro politiche e i loro errori l’hanno provocata. Esiste poi un ulteriore vizio di fondo, rilevato da Ilvo Diamanti di recente sul settimanale “L’Espresso”, secondo il quale nella costruzione dell’Europa unita, che presuppone cessioni di sovranità, si è continuato ad immaginare la nazione come entità definite territorialmente, in senso weberiano e questo corto circuito ha impedito ad entrambe le entità di compiersi, per cui gli Stati nazionali non sono più padroni delle loro politiche, ma l’Europa non riesce a supplire, perché non è ancora un soggetto politico.

CHE POSSIAMO FARE – Venendo all’Italia, siamo entrati nell’euro nel modo peggiore che un Paese potesse adottare, cioè sulla spinta della convinzione che non se ne potesse fare a meno, e che bisognasse entrarvi per primi, e subendo nel ‘92 una svalutazione del 30% della lira da parte della Banca d’Italia, che non è servita a nulla.  Nella negoziazione del valore del concambio, non abbiamo messo sul tavolo la nostra vera ricchezza, il vasto patrimonio artistico culturale e paesaggistico, insieme alla solidità patrimoniale delle famiglie italiane con la loro capacità di risparmio, ed abbiamo messo, invece, solo i nostri debiti. Tutto questo, dimenticando che, in 150 anni di storia nazionale, per più di 110 anni l’Italia ha viaggiato costantemente con il 6o% dell’indebitamento rispetto al Pil”.

ROMA TRADITA – “Così – spiega il professore – siamo andati fuori mercato per l’impossibilità della nostra economia di tenere il passo, in quanto oppressa da una burocrazia senza volto né responsabilità, che ostacola tutti i processi evolutivi ed assorbe risorse invece di agevolarne la produzione, e che l’unica strada che ci è stata offerta è quella delle imposte crescenti. Invece di ridurre il carico fiscale su famiglie ed imprese, si è preferito al contrario aumentarle, senza tagliare la spesa pubblica improduttiva, col paradosso, poi, che lo Stato stesso è un grande evasore, con i dati dei debiti di alcuni ministeri e della stessa Agenzia delle Entrate. Si era sbandierato che si sarebbero tagliati i costi della politica, le province, gli sprechi, ed ancora non si è passati ai fatti. Esempi in Europa ve ne sono in questa direzione, come quello del governo Cameron, il cui programma è rivolto alla detassazione, destatalizzazione, al perseguimento del benessere comune, con più mercato e meno Stato, meno spesa pubblica, più consumi, investimenti e lavoro e soprattutto con il coinvolgimento della società civile attraverso la Big Society, che non è altro che il Terzo Pilastro, di cui ho profeticamente scritto nel 2008”.

BASTA TASSE – “Da noi, invece – ha continuato Emanuele – mi sembra che poco si stia facendo in tal senso e laddove ci si sta provando, emergono le forti resistenze conservative e di classe. Un esempio in tal senso è la casta dei giudici che si permette di opporre resistenza alla riduzione delle ferie nel periodo estivo, avendo un arretrato da smaltire che fa spavento, senza contare le decisioni assai spesso discutibili nel perseguimento dei reati più odiosi per l’opinione pubblica, come l’omicidio stradale, le rapine, i femminicidi. Avremmo dovuto costituire un grande fondo in cui far confluire tutti i beni dello Stato in modo da emettere obbligazioni garantite, e neppure questo è stato fatto. Abbiamo solo istituito nuove tasse sugli immobili (la patrimoniale sugli immobili, Tares, Tasi, Tari) e sui servizi comunali (che nella maggior parte dei casi non vengono resi), portato l’Iva al 22%, aumentato il bollo sui conti correnti e sui titoli, le accise sui carburanti, i pedaggi autostradali, ecc., scelte che hanno abbattuto i consumi e messo in ginocchio il ceto medio e le classi meno abbienti. La disoccupazione è ancora ad un tasso a due cifre, (l’11,3% a novembre 2015) e il debito pubblico è una voragine (il 132% del Pil). Le scelte fatte finora, dunque, non hanno inciso sulle nostre fragilità strutturali. Avremmo dovuto ridurre, le imposte e le tasse, secondo quel criterio della curva di Laffer. Avremmo dovuto rafforzare l’azione del privato sociale, che subentrasse in alcuni campi in cui lo Stato ha difficoltà ad operare, ed invece, l’art.118 della Costituzione ed il principio di sussidiaretà in esso contemplato sono rimasti pressoché lettera morta. Bisognava lasciare maggiore libertà di movimento alle forze della società civile in favore di ospedali, scuole, della cultura, della ricerca scientifica e, come detto, dei problemi del Mediterraneo, ed invece si continua a diffidare del terzo settore, secondo una concezione statalista di stampo ottocentesco, in base alla quale nessuno, al di fuori del comparto pubblico, può legittimamente operare a favore della collettività, oppressi da ministeri inutili, cancellati da referendum e poi risuscitati”.

LA SFIDA DI RENZI – “Voglio sinceramente sperare – ha concluso Emanuele – che gli ambiziosi impegni che il governo Renzi continua a proclamare con la brillante dialettica propria del Premier, possano essere mantenuti nei tempi previsti, anche per rafforzare la credibilità dell’esecutivo di fronte ai cittadini e di fronte all’Europa. Peraltro l’esecutivo Renzi, non eletto dal popolo, e sorretto da un Parlamento in buona parte illegittimo, a causa del premio di maggioranza dichiarato incostituzionale dalla Consulta, non è esente da gravi incidenti di percorso, come quello delle banche salvate mettendo sul lastrico migliaia di obbligazionisti. Bisognerebbe allora che l’Europa tornasse ad essere quella che era stata pensata in origine. E per far questo occorrerebbe rinegoziare un nuovo Trattato dell’Unione che superi Maastricht, le cui regole, peraltro, sono state subdolamente stravolte da regolamenti, cioè norme di rango inferiore, come il Patto di Stabilità e le successive modifiche peggiorative, che hanno sottratto agli Stati membri l’autonomia nelle scelte di politica economica, un Trattato che dia innanzitutto vita all’unione politica, per poi disciplinare in modo diverso la questione dei debiti dei singoli Stati, prevedendo forme di condivisione degli stessi, magari attraverso un mercato integrato europeo dei titoli pubblici”.