Più contributi e meno pensione. La fregatura della mutua tedesca. Salasso per i dipendenti della Farnesina in Germania. Trascorsi inutilmente 16 anni per riportarli all’Inps

di Edoardo Lanfranchi
Cronaca

Correva l’anno 2004. Mark Zuckerberg creava Facebook, Madrid contava 191 morti per terrorismo, milioni di polli venivano ammazzati in Cina per l’aviaria, a Sumatra si abbatteva lo tsunami, l’Italia passava dal governo Berlusconi II al Berlusconi III e il Palermo tornava in serie A dopo 31 anni. Non solo. In Europa veniva approvato il Regolamento (CE) N.883/2004 ispirato al principio della lex loci laboris. Che diceva, in sostanza: a partire dal 1° maggio 2020 tutti i lavoratori dipendenti saranno assoggettati al sistema previdenziale del paese in cui lavorano, indipendentemente dalla nazionalità di appartenenza. Traduzione? Gli italiani che lavorano all’estero non potranno più versare i contributi all’Inps, incassando poi dall’Inps la relativa pensione, ma dovranno aderire al sistema locale.

In molti casi peggiorativo, come hanno scoperto disperati molti dipendenti della Farnesina: “In alcuni paesi, come in Germania, pagheranno contributi molto più alti, anche 600 euro al mese, ritrovandosi con lo stipendio falcidiato e con pensioni fino a 700 euro più basse di quelle che paga l’Inps”, calcola Iris Lauriola, segretario nazionale Esteri della Confsal Unsa. A farne le spese saranno soprattutto i circa 100 contrattisti che lavorano tra Germania, Belgio, Olanda, Danimarca e Svizzera, dove le casse mutue sono costosissime e, ovviamente, interessatissime (soprattutto quelle tedesche, capitanate dalla Dvka) a mettere le mani sul tesoretto dei contributi italiani. Sono i paesi, guarda caso, i cui governi (Berlino in testa) si rifiutano di sottoscrivere con l’Italia un accordo diplomatico che riconosca reciprocamente ai lavoratori il diritto di rimanere ancorati al sistema nazionale: pagare i contributi all’Inps, anziché alla propria previdenza, è conveniente anche per il datore di lavoro estero.

Mentre la Farnesina, con il nuovo regime, ci rimetterebbe solo in Germania 300mila euro l’anno. Altri 300mila li perderanno i lavoratori. E ancora più alto sarà l’esborso in Danimarca e in Svizzera. Una perdita secca per tutti. Ma, paradossalmente, evitabile: come hanno segnalato ben quattro parlamentari (Laura Garavini, Iv, al Senato; Angela Schirò, Pd, Fucsia Fitzgerald Nissoli e Renata Polverini, Pdl, alla Camera) il regolamento 883 prevede la possibilità sia di accordi diplomatici sia di accordi tecnici da parte dell’Inps, il cui presidente Pasquale Tridico si è già detto disponibile. Perché allora gli accordi non sono stati ancora sottoscritti, respingendo l’assalto delle previdenze estere? La Farnesina ha avuto ben 16 anni a disposizione. E ben 11 ministri: Frattini, Fini, D’Alema, di nuovo Frattini, poi Terzi di Sant’Agata, Bonino, Mogherini, Gentiloni, Alfano, Moavero Milanesi e ora Di Maio.

“Sono anni che segnaliamo il rischio di maggiori costi per il ministero e di una drammatica riduzione degli stipendi per i nostri impiegati”, rincara Lauriola. “Abbiamo anche suggerito le soluzioni, ma la confusione del governo e la sciatteria amministrativa dimostrata finora hanno gettato l’intera rete europea nello sconforto. Ci appelliamo al ministro, il tempo rimasto è pochissimo”. Quanto ai dipendenti delle ambasciate nord europee in Italia, tedeschi in testa, si stanno fregando le mani da quel dì. Tutti già felicemente in carico all’Inps.