Pnrr, una revisione dopo l’altra: il governo taglia 610 milioni al Welfare. Dirottati dai fondi per disabili e senza dimora

Il governo taglia 610 milioni del Pnrr ai Comuni: via i fondi per i disabili e i senza dimora, salgono gli incentivi alle imprese

Pnrr, una revisione dopo l’altra: il governo taglia 610 milioni al Welfare. Dirottati dai fondi per disabili e senza dimora

Seicentodieci milioni di euro. Li chiamano “definanziamenti”. Il ministero del Lavoro ha cominciato a mandare lettere ai Comuni: comunicazioni secche, senza preavviso, senza confronto, che azzerano o riducono i fondi destinati a percorsi di autonomia per le persone con disabilità e all’housing temporaneo per i senza dimora. Due capitoli della Missione 5 del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, componente 2, che insieme valevano 960 milioni: il taglio ammonta a 610, due terzi esatti del totale.

I Comuni li hanno ricevuti mentre i progetti erano già avviati. Soggetti attuatori contrattualizzati, stati di avanzamento in corso, persone prese in carico. A giustificazione formale, il governo cita i ritardi nella compilazione di ReGis, il sistema di monitoraggio del Piano. Solo che ReGis non è aggiornato in tempo reale, e lo sa anche il governo.

Un conto da 610 milioni sui fragili

Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli e presidente dell’Anci, ha preso carta e penna. Nella lettera ai ministri Marina Calderone (Lavoro e Politiche Sociali) e Tommaso Foti (Affari europei, Pnrr e Politiche di coesione) ha chiesto la sospensione immediata di ogni procedura di definanziamento. Il motivo è semplice: i Comuni che ricevono quelle lettere stanno portando avanti i propri interventi e stanno rispettando le scadenze finali del Piano. La normativa vigente, ricorda Manfredi, prevede definanziamenti solo in caso di mancato completamento dell’intervento entro i termini del Pnrr, non per scostamenti intermedi. Già, ma la normativa è quella che il governo interpreta.

La risposta di Calderone e Foti è arrivata rapida. Nessuna “rottura di patti né tagli improvvisi”, scrivono: solo una sollecitazione per verificare lo stato di avanzamento, già concordata nella Cabina di Regia del 26 settembre 2025. Il governo ha anche convocato una riunione, tenutasi ieri, con tutti i soggetti attuatori. Spirito collaborativo, dicono. Solo che le lettere erano già partite e i progetti già bloccati. “Verificare lo stato di avanzamento” con una comunicazione di definanziamento è un eufemismo di cui si farebbe volentieri a meno.

La geometria di ogni rimodulazione

Questa è la sesta, forse la settima rimodulazione del Pnrr da quando Giorgia Meloni siede a Palazzo Chigi. Il copione si ripete con precisione: ogni volta che il governo taglia, lo fa sulle infrastrutture sociali. Sono andati i fondi per gli asili nido e per le case di comunità, poi i servizi per gli anziani. Adesso i percorsi per i disabili e gli alloggi per i senza dimora. L’analisi dei dati su ReGis a febbraio 2026 lo mostra senza ambiguità: mentre le risorse per il welfare calano, quelle destinate ai crediti d’imposta per le imprese crescono. La Transizione 4.0, nell’ultimo aggiornamento, segna più 4,7 miliardi.

Del resto, Foti stesso in Parlamento aveva assicurato che non ci sarebbe stato nessun taglio ai 194 miliardi complessivi confermati per l’Italia. Tecnicamente, la capienza del Piano resta invariata. Cambia solo per cosa vengono usati i soldi. Alle persone con disabilità, a chi non ha un tetto, viene tolta la quota che spettava. Alle imprese viene aggiunta. Il Piano scritto da Mario Draghi, costruito su obblighi espliciti verso la riduzione delle disuguaglianze, con vincoli sull’occupazione femminile e giovanile che questo governo ha già eliminato, viene svuotato pezzo per pezzo di ogni contenuto redistributivo.

Il nome tecnico è “rimodulazione”. L’effetto concreto è che un ragazzo con disabilità che attendeva un percorso di autonomia finanziato, oggi aspetta ancora. Che una persona senza dimora cui era stato promesso un alloggio temporaneo, oggi rimane per strada. Seicentodieci milioni spostati. Da chi non ha niente verso chi ha già incentivi fiscali. Il governo li chiama aggiustamenti tecnici. Funzionano benissimo.