La politica si indigna per la scarcerazione di Brusca, ma così condanna l’antimafia. Lega a FdI contrari ai benifici per i pentiti. Ma Grasso ricorda che in questo modo si fa un favore ai clan

Giovanni Brusca
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Si è macchiato di ogni possibile nefandezza, dall’azionare il congegno che ha causato la strage di Capaci e fino al fare sciogliere nell’acido il piccolo Giuseppe Di Matteo, ma dopo 25 anni passati in cella il boss Giovanni Brusca è tornato in libertà. Non si è trattato del capriccio di un giudice ma, molto banalmente, del fatto che il capomafia ha finito di scontare la propria pena e ora sarà sottoposto a 4 anni di libertà vigilata. Insomma nulla di inaspettato anzi la notizia, a dispetto di quanto grida la politica, era nell’aria da tempo.

Una forte indignazione che viene sbandierata a favore di telecamere dai politici di turno forse nel desiderio di guadagnare qualche like sui social e magari qualche preferenza in più alle prossime elezioni. Così se per il segretario dem Enrico Letta l’uscita dal carcere di Brusca è “un pugno nello stomaco che lascia senza respiro e ti porta a chiedere come sia possibile”, non è altrettanto tenero il giudizio della leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, secondo cui “la scarcerazione di Brusca rappresenta una vergogna, uno schiaffo morale a tutti coloro che sono caduti sul fronte della lotta alla criminalità organizzata. Il mio pensiero è rivolto alle vittime innocenti uccise dalla mafia”.

Parole ancor più dure quelle di Matteo Salvini secondo cui Brusca “è una bestia e non può uscire di galera” del resto “se non merita l’ergastolo una persona di questo genere, chi lo merita?”. Eppure questa ondata di sdegno – per quanto umanemente comprensibile – appare fuori luogo sotto il profilo giudiziario. Brusca, infatti, oltre a essere un boss sanguinario, nel tempo è diventato un collaboratore di giustizia che ha permesso numerosi arresti e ha dato impulso al processo sulla trattativa Stato-Mafia.

A spiegare il punto è l’ex procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, secondo cui “l’indignazione di molti politici che di codice penale e di lotta alla mafia capiscono ben poco, mi spaventa. Se davvero facessero quello che dicono, ovvero ridurre gli sconti per chi collabora con la giustizia, diminuirebbe l’incentivo a pentirsi” e “se a questo aggiungiamo che si sta cercando di limitare l’ergastolo ostativo, e lavorerò affinché questo non avvenga, potremo anche dichiarare chiuso il capitolo del contrasto a Cosa nostra. Al contrario, servono sconti di pena forti per chi aiuta lo Stato e prospettiva di ergastolo senza sconti per chi non collabora”.

Per Grasso, deciso a smentire le dichiarazioni dei colleghi politici, “con Brusca lo Stato ha vinto non una ma tre volte. La prima quando lo ha arrestato, perché era e resta uno dei peggiori criminali d’Italia. La seconda quando lo ha convinto a collaborare con le sue dichiarazioni che hanno reso possibili processi e condanne. La terza ieri, quando ne ha disposto la liberazione dopo 25 anni di carcere, rispettando l’impegno preso con lui e mandando un segnale a tutti i mafiosi che ora sanno che la libertà, se non collaborano, non la vedranno mai”.

Dello stesso avviso il presidente della commissione Antimafia, Nicola Morra, che prima spiega che “se Brusca esce è perché esiste una legge che è stata voluta da Falcone” e dopo sottolinea il cortocircuito politico dove “molti che oggi si indignano, poi non hanno problemi ad annoverare nelle loro liste soggetti che si vanno a prendere un caffè con quei soggetti”.

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