Primarie del centrosinistra, la mossa di Conte dopo la vittoria del referendum: Schlein prende tempo, i riformisti del Pd incombono

Schlein disponibile ma frena, Conte mette i paletti. E i riformisti dem contano le perdite. Inizia la stagione più difficile

Primarie del centrosinistra, la mossa di Conte dopo la vittoria del referendum: Schlein prende tempo, i riformisti del Pd incombono

Il primo a parlare non è stato il Partito democratico. Giuseppe Conte ha convocato la conferenza stampa in via di Campo Marzio mentre Elly Schlein stava ancora guardando i dati al Nazareno. Il 53,74% dei votanti aveva bocciato la riforma Nordio, affluenza al 58,91%, e il campo largo si preparava a festeggiare in piazza Barberini. Conte ha parlato prima. Ha elogiato la segretaria, l’ha dichiarata candidata naturale alle primarie, l’ha ringraziata per aver compattato il Pd dopo «la stagione fissata sull’agenda Draghi». Poi ha messo i paletti: primarie aperte ai cittadini, perimetro dell’alleanza da costruire su «politica estera, giustizia, lavoro, sanità». Una dichiarazione d’amore con clausola rescissoria.

La logica della mossa è elementare. Il M5S ha meno struttura organizzativa del Partito democratico. Primarie chiuse agli iscritti blindano Schlein. Quelle aperte ai cittadini fanno saltare quella rendita di posizione. Chiedendo gazebo «non di apparato», Conte ha spostato il tavolo prima ancora che gli altri si sedessero.

Il perimetro come esame

Il passaggio più tagliente non riguarda le regole del voto. «Il perimetro», ha detto Conte, «verrà definito rispetto ai programmi, alla politica estera, alla giustizia, alle politiche sul lavoro, alla sanità». Solo criteri, nessun nome. Un modo per mettere sotto esame Matteo Renzi senza nominarlo, i riformisti del Pd senza indicarli. Chi aveva votato Sì al referendum, o dato libertà di voto come ha fatto Italia Viva, dovrà dimostrare di «avere tutte le carte per partecipare».

Renzi aveva già premuto sull’acceleratore, primo a nominare i gazebo: «Il centrosinistra vada rapidamente alle primarie». Il parallelo con il proprio referendum del 2016 era inevitabile: «Quando ho perso, ho lasciato tutto». Si è candidato alla coalizione rivendicando una sconfitta propria come titolo di merito. È un numero da illusionista, e funziona solo finché nessuno ricorda che Italia Viva non era nella campagna per il No nelle settimane decisive.

Schlein ha risposto con la sua tattica consueta: disponibile, nessuna fretta. «Ho sempre detto che in caso di primarie sarei stata assolutamente disponibile. Discuteremo di tutto, modalità e tempi». Solo che la fretta, nel campo largo, non la stabilisce lei. Ieri la sindaca di Genova, Silvia Salis si è sfilata, Ha invece risposto “presente” Ernesto Maria Ruffini.

La mossa che i riformisti aspettavano da mesi

Ma la guerra è dentro il Partito democratico, dove la vittoria del referendum ha sospeso una crisi senza risolverla. Durante la campagna referendaria l’ala riformista si era distinta dalla linea del partito in modo disomogeneo: Pina Picierno, Marco Minniti e Nicola Latorre si erano apertamente schierati per il Sì alla separazione delle carriere, mentre altri esponenti della stessa area avevano tenuto posizioni più sfumate o votato No seguendo la linea del partito. Schlein, in conferenza stampa, ha rivendicato che «il nostro elettorato è stato il più compatto per il No». Il sassolino è mirato, ma fotografa una realtà più complicata di quanto la segretaria lasci intendere.

La strategia dell’area riformista, però, precede il referendum e non ne dipende. Il modello di riferimento sono le primarie di coalizione del 2012, quando due esponenti dello stesso partito — Pier Luigi Bersani e lo stesso Renzi — si sfidarono ai gazebo. L’obiettivo è lo stesso: in assenza di un congresso interno che potrebbero difficilmente vincere, usare le primarie di coalizione come arena alternativa. Candidare un proprio nome, contarsi, condizionare il programma e — nel caso Schlein perda contro Meloni — essere nella posizione giusta per il dopo. A dicembre 2025 avevano già vinto una battaglia cruciale su questo terreno. Il Nazareno aveva provato a modificare lo statuto del partito per blindare Schlein come unica candidata alle primarie di coalizione. Lorenzo Guerini aveva detto: «Lo trovo inverosimile». La modifica non è passata. Quello spazio aperto è esattamente il terreno su cui intendono muoversi.

Occasione per i riformisti

Il problema, documentato e irrisolto, è che non hanno ancora un nome. Nelle chat, nelle cene, nei capannelli a Montecitorio il tema circola da mesi tra Giorgio Gori, Graziano Delrio, Marianna Madia, Lia Quartapelle, Simona Malpezzi e gli altri, ma senza un volto su cui convergere una mozione è una conta, non una candidatura. Paolo Gentiloni, indicato da più parti come possibile federatore, non vuole saperne. Stefano Bonaccini — che aveva guidato la minoranza dopo la sconfitta alle primarie del 2023 con la corrente Energia Popolare — ha progressivamente avvicinato la sua posizione a quella di Schlein, perdendo la fiducia del gruppo più agguerrito. L’apertura di Conte alle primarie «senza apparati» è, oggettivamente, un’opportunità per loro: un processo aperto ai cittadini riduce il vantaggio organizzativo di Schlein e potrebbe favorire un nome di area riformista capace di intercettare l’elettorato moderato che il Pd fatica a raggiungere.

Quasi tre milioni di voti separano il totale dei No dal risultato sommato di Pd, M5S e AVS alle politiche del 2022, con un’affluenza cinque punti più bassa. Sono elettori mobilitati contro qualcosa che non si riconoscono necessariamente in nessuno dei leader sul rimorchio in piazza Barberini. Schlein stessa lo ha ammesso: erano «persone che non avevano proprio votato». Il referendum aggrega il dissenso, le elezioni politiche chiedono la proposta. Il campo largo arriva a quella transizione senza programma comune, senza candidato condiviso, e con una legge elettorale del governo che produrrà una corsa interna a chi porta più voti.

Nicola Fratoianni ha lanciato l’avvertimento prima che la festa finisse: «Sbagliare ora sarebbe imperdonabile». È la frase di chi conosce i vizi atavici della sinistra italiana: la tendenza a trasformare ogni vittoria in resa dei conti. Il risultato del 23 marzo ha rafforzato Schlein senza incoronarla, ha spinto Conte a muoversi prima del previsto, ha reso Renzi rilevante senza averlo fatto lavorare per esserlo, e ha consegnato ai riformisti del Pd uno spazio aperto ma ancora senza il nome per occuparlo. La parola «primavera» è uscita dalla bocca di tutti ieri sera. Di solito, dopo le primavere, arriva l’inverno.