Privatizzazioni: riparte la giostra coi soliti noti

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I conti dello Stato non tornano, il Tesoro vende Eni ed Enel

di Maurizio Grosso

Alla fine la privatizzazione di Eni ed Enel potrebbe essere molto più pesante del previsto. E arrivare a sfiorare il 10% ancora in mano allo Stato in entrambe le società. Il fatto è che il ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan, si è impegnato nelle scorse settimane con Bruxelles su un massiccio piano di abbattimento del debito pubblico italiano, destinato a un livello monstre del 135% rispetto al prodotto interno lordo. In ballo, a quanto pare, ci sarebbe l’esigenza di reperire la bellezza di 40 miliardi di euro in quattro anni. Troppi, rispetto agli incassi attesi dal piano di cessioni ereditato dal governo di Enrico Letta, con Fabrizio Saccomanni sulla tolda di comando del ministero dell’economia. Insomma, i 12 miliardi inizialmente attesi nel solo 2014, che già adesso sembrano una chimera tra ritardi e intoppi vari, hanno bisogno di lievitare. Ed ecco scattare un autentico piano B

Il piano
L’indiscrezione, lanciata da Repubblica, è stata parzialmente confermata ieri dallo stesso Padoan, che ha ricordato come sia in corso un piano di privatizzazioni e come tutte le ipotesi siano al vaglio. Di sicuro una cessione dell’Eni, nell’ordine del 3% per un incasso atteso di 2 miliardi di euro, era già stata messa in cantiere da Letta. Adesso si valuta la possibilità di estendere la quota al 10%. E lo stesso potrebbe accadere per l’Enel. A quel punto, tra partecipazioni dirette del Tesoro e indirette per il tramite della cassa Depositi e Prestiti, lo Stato manterrebbe nettamente meno del 30% attuale, con una proiezione verso il 20%. Secondo le ipotesi al vaglio, in ogni caso, la presa statale su queste aziende verrebbe mantenuta attraverso un sistema di azioni a voto multiplo. Ipotesi tutta da costruire, sulla quale sembrerebbero esserci le perplessità anche del presidente del consiglio, Metto Renzi, ma di fatto sul tavolo. A dimostrazione della difficoltà di trovare la quadratura del cerchio.

Le operazioni
In stato avanzato c’è la cessione di una quota del 49% di Fincantieri, società per la quale è già stato scelto il pool di banche d’affari che dovranno seguire il collocamento. L’incasso atteso è di circa 600 milioni di euro. Già firmati i decreti per la cessione del 49% di Enav (1 miliardo di euro) e per il 40% di Poste (circa 4 miliardi). Qualche passo in avanti si sta facendo per la cessione di Cdp Reti, la società della Cassa Depositi e Prestiti che ha in pancia il 30% di Snam e il 29,8% di Terna. Qui le aspettative di introito si aggirano intorno ai 3,7 miliardi. Qualche intoppo, invece, si starebbe registrando sull’operazione Sace, la società di assicurazione dei crediti all’export il cui 60% era stato valutato 5 miliardi di euro. Un pezzo pregiato, quindi, i cui tempi di privatizzazione, però, sembrano ormai destinati a slittare nel 2015. Sul piatto rimane poi il 60% di Grandi Stazioni, la società controllata da Ferrovie dello Stato e da un drappello di azionisti privati. Le stime, qui, nelle scorse settimane parlavano di una prospettiva di incasso di circa 600 milioni di euro. Mentre 700 milioni di euro era l’attesa di guadagno per la privatizzazione del 13,5% di Stmicroelectronics. I lavori, insomma, rimangono pienamente in corso. Ma per incassare tanti soldi, e possibilmente in tempi rapidi, alla fine a via XX Settembre sta filtrando l’idea che si debba fare qualcosa di molto più incisivo. Che come tale, però, è destinato a toccare quei gioielli di Stato che, finora, erano stati coinvolti dal piano solo in modo piuttosto marginale.