Privatizzazioni sul binario morto

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di Stefano Sansonetti

Ormai nei corridoi di palazzo Chigi e del ministero dell’economia nessuno se lo nasconde più. Il piano di privatizzazioni di Stato nel 2014 sarà un mezzo fallimento. Società senza vertici, procedure in alto mare, incertezze a non finire sulle singole strategie di cessione. E così dei famosi 12 miliardi di euro attesi entro la fine dell’anno, stimati già all’epoca del governo guidato da Enrico Letta e rilanciati dall’esecutivo di Matteo Renzi, si metterà in cassa solo una piccola parte. Tra le realtà finite nel pantano, per esempio, c’è senz’altro Grandi Stazioni, la società del gruppo Ferrovie dello Stato che gestisce le 13 più grandi stazioni italiane (tra cui Roma Termini, per la quale proprio ieri sono stati annunciati 83 milioni di investimenti) e alcune stazioni internazionali come Praga.

I protagonisti
Il capitale fa capo per il 60% a Fs e per il 40% a Eurostazioni, società nella quale troviamo Edizione (Benetton), Vianini Lavori (Caltagirone), Pirelli e i francesi di Sncf (Société nationale des chemins de fer). Qui le prospettive d’incasso, c’è da dire, riguardano non direttamente il Tesoro, ma Fs e gli azionisti privati di Eurostazioni (che hanno tutti intenzione di vendere). Il fatto è, però, che Grandi Stazioni si trova in una situazione molto simile a quella in cui versa l’Enav (vedi La Notizia di ieri). Innanzitutto il piano pensato soltanto qualche mese fa è finito nelle sabbie mobili. Al momento non si vede nemmeno l’ombra di quella newco, ovvero la nuova società ribattezzata Grandi Stazioni 2, alla quale si sarebbero dovute conferire le attività commerciali e di advertising in vista di una valorizzazione preliminare alla vendita. Un’operazione che, secondo alcune ipotesi, avrebbe potuto garantire incassi per circa 800 milioni di euro. Da Ferrovie fanno sapere che questa newco dovrebbe nascere in una data imprecisata, probabilmente a ridosso di metà luglio, in evidente ritardo sui tempi. Il problema, filtra sempre dal gruppo, è che per prima cosa si è dovuta metabolizzare l’ascesa al vertice delle Fs di Michele Mario Elia, il nuovo amministratore delegato che ha preso il posto di Mauro Moretti, il quale era anche presidente di Grandi Stazioni. E poi, in tempi più recenti, si è dimesso per motivi personali pure il nuovo amministratore delegato di Grandi Stazioni, Gaetano Casertano. Insomma, una serie di coincidenze che non hanno aiutato il decollo del piano. Ma ancora oggi, a quanto pare, si tentenna e non si ricostituisce la struttura di vertice, passo indispensabile per riattivare il piano di costituzione della newco e poi la sua cessione.

Lo scenario
Di sicuro è stato individuato un advisor, Rothschild, e c’è un piano industriale messo a punto mesi fa da McKinsey. Tra le alternative delineate, però, ancora non si capisce se si vorrà procedere con un’asta competitiva o con una procedura che richiama più direttamente l’Ipo (ovvero la quotazione). E così Grandi Stazioni, che ha chiuso il 2013 con ricavi per 201 milioni e un utile di 9,9, per ora rimane nel limbo. Eppure gli interessi non mancherebbero. Tra i più insistenti, a quanto pare, ci sarebbero quelli manifestati dal fondo Usa Blackstone e da quello inglese Cvc, che ha appena venduto una fetta di Cerved. Per ora a finire sul mercato è stata solo Fincantieri. Oggettivamente poco rispetto ai piani annunciati.

Twitter: @SSansonetti