Professioni

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

di Gaetano Pedullà

L’effetto manette c’è stato e dopo i 35 arresti eccellenti di Venezia il plebiscito per il Pd di Renzi è già finito. La Sinistra perde roccaforti come Livorno, Perugia e Potenza e Grillo respira, fin quando perlomeno non scioglierà il nodo delle alleanze in Europa. Forza Italia vede sconfitto uno dei giovani sindaci che sembravano più promettere per il dopo Berlusconi, quell’Alessandro Cattaneo spodestato da Pavia. Solo la Lega conferma il suo buon momento con la conquista di Padova. Gli italiani ovviamente pensano ad altro e l’elenco di chi è andato a votare è lungo quanto quello degli iscritti a un club esclusivo. Il disorientamento degli elettori rischia così di far smarrire dal radar i veri nodi del Paese. Le riforme profonde che ci servono per liberare energie, idee, potenzialità che l’Italia, i suoi giovani e le sue imprese hanno da vendere. Per questo La Notizia riparte con i primi piani dedicati a quello che c’è da cambiare. Oggi ci occupiamo delle professioni e degli ordini professionali che da decenni si chiede di abolire e da decenni stanno al loro posto, decidendo chi lavora e chi no, chi può accedere al titolo, quanto va fatta pagare una parcella, come si fa l’aggiornamento professionale. Strutture ottocentesche, che hanno dalla loro solo l’esigenza di tutelare la deontologia professionale, tranne poi scoprire che tra i nostri avvocati c’è una folla di azzeccagarbugli, tra i nostri medici dilaga il doppio e il triplo lavoro, ingegneri e architetti fanno di tutto tranne che il loro mestiere, visto che non si mette un mattone sull’altro. E per pietà di patria non parliamo dei giornalisti. Questi Ordini servono a un Paese che vuole cambiare?