Pubblica amministrazione. Si perde tempo. Nessuno paga

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di Andrea Koveos

Trentamila imprese con il cappio dei debiti stretto al collo. E il Parlamento non ha ancora deciso come saldare i 40 miliardi di fatture arretrate, facendo rimbalzare il provvedimento dalla Camera al Senato e viceversa. Un decreto che, se e quando diventerà operativo, salverà unicamente 3 mila aziende. Una goccia nel mare per alcuni, meglio di niente per altri. E le procedure per consentire alle imprese di prendere ossigeno rimangono complicate. Dei 22 mila Enti pubblici che dovevano registrarsi sulla piattaforma informatica per la certificazione dei crediti siamo fermi ai 16 e 800 dichiarati due settimane fa dal ministro Saccomanni. La cosa certa, invece, è che il totale dei debiti vantati dalle aziende ammonta a 91 miliardi ovvero il 5,8% del Pil.

Le ragioni del debito
Perché lo Stato non ha pagato finora le imprese se quei 91 miliardi sono stati impegnati da un pezzo? La risposta è semplice. Se una Pubblica Amministrazione ha effettuato una spesa significa, in teoria, che doveva avere i fondi in bilancio. Ma se gli enti locali non hanno risorse per saldare le fatture vuol dire che c’è un problema di corretta amministrazione. Quindi lo Stato, attraverso la Corte dei conti, dovrebbe intervenire.
Anche secondo il professor Ugo Arrigo, docente di Scienza delle Finanze presso la facoltà di Economia dell’Università di Milano Bicocca – in taluni casi è lo Stato che ha vietato agli enti di pagare i debiti: molti Comuni hanno infatti i soldi per saldare i fornitori ma per ragioni di vincoli legati al patto di stabilità non possono farlo. Si tratta di una cosa aberrante. Anche il fatto che ci debba essere una norma per fare in modo che lo Stato paghi le sue fatture è una cosa sconcertante: è come se un’impresa avesse bisogno di una delibera del Cda perché il proprio ufficio amministrativo paghi le fatture.

La crisi non si arresta
Mentre il Parlamento discute, le imprese italiane continuano a morire. Per tutto il 2013 il rischio di fallimento delle imprese italiane toccherà un nuovo massimo, per diminuire nel 2014. Secondo le elaborazioni e le stime di Cerved Group la restituzione di 40 miliardi, se realizzata in tempi rapidi e con procedure efficienti, potrebbe avere effetti positivi nelle costruzioni, nella sanità, nei servizi informatici e nei trasporti locali. La lunga fase di difficoltà dell’economia italiana si è acuita nell’ultima parte dello scorso anno, che si è chiuso con una perdita del prodotto interno lordo di 2,4 punti percentuali rispetto al 2011. La caduta del Pil riflette il brusco calo degli investimenti delle imprese (-8%) e dei consumi nazionali (-2,9%), non compensati dal contributo positivo dato all’economia dalla diminuzione delle importazioni (-7,7%) e dall’aumento dell’export (+2,3%). Come se non bastasse 14 miliardi di debiti dello Stato nei confronti delle imprese non sono stati neppure contabilizzati, come ammesso dallo stesso commissario Ue all’Industria, l’italiano Antonio Tajani. Infatti, le spese per investimento, ovvero quelle spese che hanno una logica pluriennale (quindi costruzione di opere pubbliche ma anche acquisto di forniture militari) vengono contabilizzate per competenza (cioè nel registro delle spese previste e impegnate) solo nel momento in cui vengono pagate anche per cassa. In sostanza la pubblica amministrazione riconosce il debito solo nel momento in cui lo paga.

Iter complicato
Intanto il decreto sul pagamento della Pa non è ancora non operativo e già c’è chi non si fida. Il Governatore del Veneto Zaia, tanto per fare un esempio, prima di accettare fondi dallo Stato per pagare i fornitori vuole vederci chiaro sugli eventuali costi finanziari dell’operazione. Nel frattempo proprio ieri il dispositivo di legge è approdato in commissione Bilancio del Senato e secondo fonti del Governo non sarebbero escluse ulteriori modifiche rispetto al testo già emendato alla Camera.
In questo caso sarebbe necessario un ulteriore passaggio a Montecitorio. Il solito gioco dell’oca del bicameralismo perfetto. Per ogni passo avanti se ne fanno tre indietro.

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