Qualche giorno fa, le forze progressiste avevano firmato una mozione unitaria per mettere un freno alle spese per la difesa, con l’obiettivo di rivedere il target Nato del 5% del Pil e la necessità di costruire una vera difesa comune europea da distinguersi dal riarmo nazionale. Ma allora non si parlava di Ucraina. Ed è quello il tema che continua a fare la differenza.
Quando il tema è Kiev, l’unità dei progressisti traballa
Quando si parla di Kiev, l’unità dei progressisti vacilla. In occasione delle comunicazioni al Parlamento della premier Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo, le forze del centrosinistra si sono presentate ognuna per sé. Niente risoluzione unitaria. Sulla “questione dell’Ucraina – ha ammesso il leader del M5S Giuseppe Conte -c’è una diversità per quanto riguarda l’impostazione di visione e di risoluzione dei problemi col Pd in particolare, non con Avs, perché riteniamo che la svolta negoziale sia l’unica possibile. Riteniamo che continuare a scommettere sulla vittoria militare è una follia, visto il fallimento di questi anni. Da questo punto di vista questa è una questione che chiariremo all’interno del progetto progressista, perché la riteniamo sicuramente un dossier fondamentale”, ha precisato l’ex premier.
Pd da una parte, M5S e Avs dall’altra
Pur senza citare le armi, nella risoluzione il Pd ribadisce il “pieno sostegno” a Kiev “mediante tutte le forme di assistenza necessarie” e chiede di “garantire la prospettiva dell’ingresso dell’Ucraina nell’Ue”. Sono questi i punti di maggiore frizione con gli alleati. Il M5S parla di aumentare “le misure di sostegno umanitario e gli aiuti alla popolazione” ma di “interrompere gli aiuti militari alle autorità governative ucraine”. Mentre per l’adesione all’Ue chiede di “verificare” il rispetto dei criteri previsti per tutti candidati. Posizione simile quella di Avs: l’iter per entrare in Ue sia “senza deroghe o scorciatoie”.
Il no dei riformisti dem a una richiesta del M5S
“Non accedere ai fondi Safe, al fine di evitare che ulteriori spese per la difesa gravino sul deficit pubblico a scapito di misure volte al sostegno sociale, considerato il quadro di fragilità macroeconomica attuale”, chiede ancora il Movimento 5 stelle. E i riformisti del Pd, non a caso, hanno votato contro questo punto sul Safe. Hanno votato “no” Lia Quartapelle, Lorenzo Guerini, Virginio Merola e Nicola Carè (Piero Fassino era assente dall’Aula).
L’indicazione del Pd era quella di astenersi sui documenti degli alleati di centrosinistra. In tutte le altre votazioni – i documenti sono stati esaminati per parti separate – i riformisti hanno seguito la linea del partito. Il documento M5S impegna anche a “riconsiderare urgentemente gli impegni assunti in sede Nato in materia di spese per la difesa considerato l’impatto strutturale sulla finanza pubblica di fatto insostenibile alla luce dei recenti dati Istat relativi al deficit interno”.