Quarantamila furbetti nel mirino dell’Antifrode. Altro che schedatura di qualche politico. Tridico zittisce Lega e FdI. L’Inps ha fatto il suo dovere

di Antonio Acerbis
Politica

I fatidici nomi che pure ci si aspettava sarebbero stati fatti, alla fine non sono arrivati. Contro ogni pronostico, la saga pre-ferragostana dei furbetti del bonus da 600 euro non sono arrivati: il presidente dell’Inps Pasquale Tridico ha infatti chiamato ancora in causa il Garante privacy, che pure ha già dato via libera. Sono stati, però, tanti gli elementi di discussione offerti in audizione in Commissione Lavoro alla Camera: Tridico ha infatti rivendicato che l’istituto, in un “momento convulso” in cui occorreva “dare una risposta veloce ai cittadini”, ha pagato 13,3 milioni di prestazioni per Covid, tra cui oltre 4 milioni di bonus.

E ha categoricamente negato la “caccia alle streghe”: se la task force antifrode dell’Inps ha individuato i nomi dei cinque deputati e dei politici locali che l’hanno chiesto è perché la loro posizione previdenziale peculiare richiedeva un approfondimento. Come quelle di altri 40mila iscritti Inps. Insomma, il numero uno dell’Inps ha difeso l’iter seguito dall’istituto (“abbiamo seguito la legge”) e ha respinto al mittente “ogni accusa verso di me e verso i miei dirigenti e funzionari di un’azione manipolata. Le strutture sono autonome e la loro azione è stata egregia, hanno dato lacrime e sangue per mettersi al servizio del paese”.

BOTTA E RISPOSTA. Ma partiamo da principio. Sebbene infatti sui nomi dei tre beneficiari non c’è più alcun ombra – trattasi dei leghisti Andrea Dara ed Elena Murelli e del pentastellato Marco Rizzone – quel che è emerso è il duro lavoro portato avanti dai funzionari della tas-froce antifrode, guidata da Antonello Crudo: Tridico ha ricordato che tra i requisiti per ottenere il bonus c’era il fatto di “non essere titolari di un trattamento pensionistico né iscritti ad altre forme previdenziali obbligatorie“.

Questo è l’aspetto chiave, perché da qui sono partite le indagini dell’antifrode, avviate a valle del pagamento dei bonus di marzo e aprile (il secondo veniva riconosciuto in automatico) visto che “nel periodo di covid l’esigenza era pagare e non controllare, pagare subito e poi controllare“. La procedura costruita dall’amministrazione “si basa sulla legge. Basandosi sui nostri archivi, si attinge alla presenza o meno di altri fondi previdenziali obbligatori”, ha spiegato Tridico. E così sono emerse alcune anomalie, tra cui quella di “40mila soggetti che risultavano presenti e iscritti a un’altra forma di previdenza“.

IL SOLITO MANTRA. Resta a questo punto, però, la domanda: com’è emersa la notizia? Tridico ha specificato che nulla è arrivato da lui alla redazione di Repubblica (il primo giornale a svelare lo scandalo). Proprio per questo è stato aperto un audit interno per comprendere chi sia stata la “gola profonda”, anche perché c’è l’esigenza di fugare ogni dubbio sulla presunta uscita “a orologeria” per influenzare il referendum sul taglio dei parlamentari. Immediate, ovviamente, sono state le repliche all’audizione.

Da Fratelli d’Italia alla Lega e Forza Italia, il mantra resta sempre lo stesso: “Tridico si dimetta!”. Tace per ora Matteo Salvini, mentre il suo partito – al momento il più coinvolto con 8 fra deputati e consiglieri, tra cui il vice di Luca Zaia – punta il dito sulla fuga di notizie. Forse, vien da pensare, più per convenienza che per altro.