Quarto scrutinio per il Quirinale. I partiti si contano in Aula. Vertici notturni per cercare l’intesa che ancora non c’è. In calo le quotazioni di Draghi. Avanza l’eterno Casini ma la convergenza non si trova

Vertici notturni per cercare l'intesa sul Quirinale che ancora non c'è. In calo le quotazioni di Draghi. Avanza l'eterno Casini.

Anche al terzo scrutinio per l’elezione del presidente della Repubblica fioccano le schede bianche ma molto meno che nelle altre due votazioni e si attestano a quota 412. Il più votato è l’attuale Capo dello Stato, Sergio Mattarella, con 125 voti, segue Guido Crosetto con 114 voti (leggi l’articolo). Nessun astenuto, 84 le schede disperse e 22 le schede nulle.

SECONDO GIORNO DI VOTAZIONI PER IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, GLI INTERNI DELLA CAMERA

Alla vigilia del cruciale passaggio al voto con la maggioranza assoluta – oggi si scende alla metà più uno (qui lo speciale della Cameraqui la diretta) – il Parlamento lancia i primi segnali di insofferenza rispetto alle forze politiche che sembrano ancora paralizzate dalla paura e bloccate dai veti incrociati. E parallelamente a vertici e riunioni serpeggiano veleni e sospetti. Nella terza giornata lo schieramento di centrodestra si spacca. Fratelli d’Italia era pronta a votare uno dei ‘petali’ annunciati – la preferenza era per il magistrato Carlo Nordio – ma Forza Italia e Lega hanno preferito evitare la conta.

SOVRANISTI DIVISI. Il partito di Giorgia Meloni ha però sparigliato le carte con l’intenzione di inviare un segnale, prima chiedendo ai senatori di non partecipare alla prima chiama, poi puntando su un fedelissimo, Guido Crosetto, che ha ottenuto quasi il doppio dei voti che Fratelli d’Italia ha in Parlamento. E poi ci sono stati i voti per Mattarella. A tifare per un bis non ci sono solo i pentastellati, ha chiarito la capogruppo M5S al Senato, Mariolina Castellone, secondo cui pensarla in questo modo sarebbe sminuire il valore dell’attuale Presidente della Repubblica.

FUOCO DI FILA. Se invece la carta coperta di Matteo Salvini era l’attuale presidente del Senato, su Maria Elisabetta Alberti Casellati si è registrato il fuoco di fila dei leader dell’ex fronte giallorosso. Parte Enrico Letta per il Pd: “Proporre la candidatura della seconda carica dello Stato, insieme all’opposizione, contro i propri alleati di governo sarebbe un’operazione mai vista nella storia del Quirinale. Assurda e incomprensibile. rappresenterebbe in sintesi il modo più diretto per far saltare tutto”.

Si aggiunge Giuseppe Conte per il M5S: “Casellati non è un candidato qualsiasi, è una carica istituzionale e mettere in gioco una carica istituzionale per una contrapposizione senza una soluzione condivisa sarebbe un grande errore del centrodestra e un grande sgarbo per la carica della presidenza del Senato”. Interviene Matteo Renzi: “Nessuno me lo ha offerto, ma vi sembro il tipo che dà i suoi voti per uno scambio? Io ‘ste cose non le faccio”, dice commentando le voci che vorrebbero voti di Iv sulla eventuale candidatura della Casellati al Colle, in cambio della presidenza del Senato.

Per Letta resta valido il teorema secondo cui solo l’elezione al Colle di Mario Draghi potrebbe fare da garante a un patto di legislatura da qui fino al 2023, scongiurando le elezioni anticipate contrariamente a quanto sostiene il fronte del no a Draghi. “Si scelga un nome condiviso altrimenti si spacca la maggioranza”, dice il ministro degli Esteri ed ex capo dei pentastellati, Luigi Di Maio. Ma sull’ex banchiere continuano a pesare come macigni i no di Conte e Salvini. “Il Movimento dice sì a Draghi a Palazzo Chigi”, insiste il leader dei pentastellati in sintonia perfetta con Beppe Grillo (leggi l’articolo). Non mi piace escludere, replica il leader leghista a una domanda sul premier, ma poi ribadisce il ruolo prezioso dell’ex banchiere come “collante di una coalizione di Governo, che è amplissima, e che senza Draghi avrebbe difficoltà di navigazione”.

Ma c’è anche mezzo Pd (vedi Dario Franceschini) a non volere che Draghi vada al Quirinale. Salgono le quotazioni di Pier Ferdinando Casini che raccoglie ben 52 preferenze. Ma nel centrodestra c’è il no della Meloni. Secondo il deputato di FdI, Andrea Delmastro, Casini “non è mai stato in partita” anche perché rappresenta il proporzionale e il “centrismo”, ovvero “un agghiacciante ritorno al passato”. I Cinque Stelle in serata negano di aver posto veti su Casini su cui puntano Renzi e anche molti dem (come Franceschini).

IL GIALLO
E spunta il giallo su Sabino Cassese. Salvini, si vocifera, potrebbe cercare di sciogliere l’impasse con una convergenza sul nome del giurista, che uno scoop del Foglio rivela abbia ricevuto nel pomeriggio la visita del leader leghista. Ma i rumors sono smentiti dalla Lega. La notte per trattare sarà lunga.

Pubblicato il - Aggiornato il alle 14:01
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