Quel gran criminologo di Gramsci. Il leader politico di sinistra che non ti aspetti. Nei suoi quaderni rifletteva sui romanzi polizieschi

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Perché siamo attirati dalle mascelle digrignanti di ignoti serial killer che aspettano nel buio l’ora giusta per i loro terribili misfatti, con integerrimi investigatori, dal trench stropicciato o con pipa e berretto, votati alla causa della giustizia e dell’ordine pubblico, che li inseguono cercando di entrare nei labirinti della loro mente perversa, e perché le trasposizioni letterarie di questi classici intrighi abbiano occupato migliaia di nostre insonni notti, ce lo spiega, udite udite, non uno dei tanti “criminologi” che infestano la morbosa tv dei giorni nostri, ma Antonio Gramsci, illustre filosofo e politico italiano, che ne fa oggetto di specifica riflessione in alcuni paragrafi dei suoi Quaderni. Sherlock Holmes e Padre Brown. Note sul romanzo poliziesco (Marietti 1820, pagg. 72, euro 8) è un gustoso libretto che prende stralci dagli scritti dal carcere dello storico segretario del PCI, laddove questi precisa soprattutto che le pagine di un Conan Doyle o di un Chesterton, sarebbero “una manifestazione di rivolta contro la meccanicità e la standardizzazione della vita moderna, un modo di evadere dal tritume quotidiano”.

Ecco allora il fiorire di libri di escursioni rocambolesche, fantascienza alla Jules Verne, vite scandalose e diaspore da dark city dei tanti delinquenti, devianti e funambolici evasori che una pattuglia di 007, gendarmi e consulenti privati più o meno dotati di intelligenza e tecnica come il leggendario maestro del dottor Watson, tenta di acciuffare. In generale, sottolinea il Gramsci di quasi esattamente un secolo fa, tutta l’opera avventurosa, nelle sue variegate peripezie di cappa e spada, nasce e si sviluppa come “uno stupefacente contro la banalità quotidiana”, resa ancor più asettica e soffocante da tutte le razionalizzazioni burocratiche e coercitive di uno Stato che condanna l’uomo della strada a grigie routine, o peggio, a una esistenza precaria, e dove è proprio l’avventura “bella e interessante” di un’audace libertà a entusiasmare, piuttosto che quella “rivoltante” nelle cui botole ci fa rotolare un potere pronto a trasfomarci in marionette senz’anima.

La cosiddetta “letteratura non artistica” avvincerebbe, insomma, per ragioni pratiche e morali e non squisitamente estetiche, salvo diventare anch’essa noiosa e prevedibile se, come succede proprio al detective inglese per antonomasia Holmes, le sue gesta vengono superate, da un lato, dalle strumentazioni tecniche più rutilanti della polizia vera e propria, e dall’altro, dagli psichismi ancor più profondi e inquietanti di un Poe. Poche pagine, quelle di Gramsci, dedicate al mistery storico e agli antesignani delle moderne mission impossible, ma cariche di un pathos critico che ha superato la prova dei tempi.