Quel triste bacio chiamato morte. Una rilettura di Ottieri nell’epoca del Coronavirus. Per capire noi stessi attraverso dolore e fragilità

di Carmine Castoro
Cultura

La verità è che col corona virus abbiamo ritrovato l’abbraccio gelido della morte, abbiamo riscoperto all’improvviso che si muore senza dubbi e senza deroghe – seppur attraverso un algido strumento di scienze statistiche come il bollettino della Protezione Civile -, che la nostra esistenza non è programmabile e rinviabile sine die, che il giro delle nostre lancette è una incessante, più o meno consapevole, tecnica di aggiramento di malanni e decadimento, e che, insomma, la nostra comparsa sulla Terra non è quel serico mantello di comfort e carte di credito, app e canali satellitari, apericene e crociere al quale la pubblicità riconduce ogni apparire, e nel quale ci avvolgiamo da instancabili vampiri di felicità.

Il De morte di Ottiero Ottieri (Guanda, pagg. 127, euro 10,33) fu negli anni ’90 una riflessione acuta, struggente e sovversiva del controverso saggista romano, che merita una rilettura, perché egli colloca aspramente l’avvicinarsi della fine dei giorni, il perire, l’andarsene verso rive misteriose sulla doppia banda di una inaggirabile pedagogia del sé – “La morte è il simbolo della miseria e grandezza dell’uomo, della verità (che chiamiamo trasparenza)” -, e di una constatazione rivoluzionaria di quanto sia falso e manipolatorio il sistema capitalistico nel quale viviamo immersi.

Per il quale l’idea che il nostro organismo abbia una scadenza, che la nostra fragilità trionferà, che la nostra forza agente produttiva tachicardica e, quindi, consumistica, progressivamente infiochirà, è la vera eresia: una modalità destabilizzante per quel “rito delle agende” che tutto colloca nel calendario tranne l’ultimo respiro, per quell’”imperativo di non vivere che per la creazione delle merci” che non può che avere a disdoro il tedio della poesia, la malinconia della meditazione, il languore dell’utopia e di un mondo che mai si realizzerà davanti ai nostri occhi perché figli, tutti noi, di Kronos e Thanatos. “Il sistema dell’impresa, quello del sistema delle imprese, è meccanicisticamente immortale, poiché riproduce se stesso senza tregue, la sua fatalità è l’infinitezza, le sue pause o rallentamenti fanno tremare il mondo”.

Dunque, la morte da un lato con le sue elucubrazioni addolorate, il suo barocchismo mentale sempre nella cenere dei fuochi fatui delle masse, e la Vita dall’altro, con i suoi lustrini, la sua competitività sfrenata, il lusso, la moneta e i desideri? Nient’affatto. Curiosamente, ci dice Ottieri, anche il venir-meno, lo scomparire, con tutta la sua area semantica fatta di orrori e violenze, stupri e delitti, si riaffaccia nel calmiere dei gusti, purché de-tragedizzato, svillaneggiato, trasformato in pura forma, in francobollo dell’essere inquadrabile da una telecamera. “Lo sparo più del bacio è il risvolto della spettacolarizzazione all’ultimo stadio”.