Le Lettere

Quell’Italia senza voce

La settimana scorsa l’Italia è stata flagellata da proteste di studenti e lavoratori. Però, per i sondaggi, se si votasse oggi, Meloni prenderebbe gli stessi voti di quattro anni fa.
Fernando Meli
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Gentile lettore, è la prova che l’astensionismo proviene soprattutto dai ceti non di destra. È un enorme serbatoio di voti che nessuno sa attivare e sfruttare. Eppure, come lei nota, il sud è in rivolta, con agricoltori, camionisti, operai dell’Ilva. Al centro e al nord protestano gli studenti. Scontri, arresti, battaglie per le strade. Chiedono “soldi alle scuole non alle guerre”. È il preludio a un nuovo ‘68? Magari. Il ‘68 ebbe un ruolo notevole, con un portato storico che è spesso sottovalutato. Oggi ci sono occasioni in cui Meloni, Crosetto, Tajani e Salvini rinunciano a presenziare per timore delle contestazioni popolari. Dunque avanzano le opposizioni? Macché. Non vede, i piddini applaudono Meloni a scena aperta in Parlamento in tema di riarmo e la gente dovrebbe premiarli? Il discredito del Pd lambisce, a torto o a ragione, Avs e Cinque Stelle. Difficile immaginare sconvolgimenti dalle urne. Molti dei protestatari che vediamo in piazza non andranno a votare e quindi la deriva dell’Italia continuerà. È un circolo vizioso: aumentano le proteste, ma la destra ottiene consensi nelle urne perché i protestatari disertano il voto, non trovando un partito che li rappresenti. E così l’esito è affidato a chi vota, cioè le classi che vedono soddisfatti i loro interessi dal governo di destra e un po’ di nostalgici che rimpiangono il Duce-marionetta di un secolo fa. Il resto, l’Italia profonda, è quasi senza voce.