Querela temeraria. Quella pistola puntata alla tempia dei giornalisti. Ecco il vero sfregio alla libertà di stampa. Così si tengono in ostaggio le redazioni

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Una pistola che ancora oggi è puntata alla tempia dei giornalisti. L’“espressione magica” è querela temeraria. E dietro nasconde la pura e semplice volontà di poteri più o meno forti di far tacere i giornalisti. Più di un bavaglio, perché qui siamo al confine con una minaccia molto ben mascherata. Tutti sappiamo della corruzione che dilaga e del senso di impunità che favorisce ogni genere di abuso, tanto nel pubblico quanto nel privato. Contro tutti questi mali c’è la legge ma ancor prima dovrebbe funzionare l’informazione. Il faro della pubblica opinione che squarcia l’ombra di cui ha bisogno il malaffare. Non a caso la stampa è definita il cane da guardia della democrazia. Questo cane però in Italia è addormentato. O perlomeno ben tenuto al guinzaglio. Le inchieste giornalistiche infatti sono diventate impossibili. E questo non è un caso.

LA MUSERUOLA
Senza sottovalutare il diritto di chiunque di non essere diffamato, basta infatti che un giornalista eserciti il più legittimo diritto di critica per scatenare una querela con annessa richiesta di risarcimenti milionari. Mentre la crsi morde i bilanci delle società editrici, le cause temerarie sono diventate una prassi e le spese legali una voce problematica per la sopravvivenza delle stesse testate. A maggior ragione se si tratta di realtà indipendenti, senza grandi gruppi industriali o finanziari alle spalle. Questo giornale, per fare l’esempio che ci viene più facile, si è preso una querela con richiesta di 150mila euro di presunti danni per aver raccontato cosa fatturano i Centri di assistenza fiscale della Cgil. Il segretario Susanna Camusso, che ha firmato il mandato ai suoi legali, sarà rimasta non poco male quando alcuni mesi dopo il leader della Fiom Landini all’ultimo congresso a Rimini, ha letto all’assemblea gli stessi numeri chiedendo tra gli applausi più trasparenza al suo stesso sindacato. E non è l’unico caso. Così alla fine, anche quando viene riconosciuta l’esattezza dell’informazione, la continenza degli articoli e l’interesse pubblico degli argomenti trattati, le spese legali comunque si pagano. E dunque chi querela – spesso società con fatturati di milioni di euro – ha ottenuto comunque il suo scopo, visto che spendere 5 o 10mila euro in avvocati per certi gruppi è un’inezia mentre per un giornalista che magari guadagna poche migliaia di euro l’anno far fronte a tali importi è proibitivo.

LA NOVITÀ
Qualcosa, dicevamo. si muove. E quel qualcosa è la sentenza del 28 febbraio scorso firmata dal giudice del Tribunale Civile di Milano Anna Cattaneo nella causa sul poligono di Salto di Quirra. In questo procedimento, nel quale il Gruppo internazionale Sgs chiedeva 500mila euro di presunti danni al giornalista dell’Unione Sarda Paolo Carta, il giudice ha prosciolto il querelato dall’accusa di diffamazione riconoscendone l’assoluta correttezza dell’operato e ha contestualmente condannato il ricorrente a versare un indennizzo di 18mila euro. Per calcolare questo indennizzo il giudice ha applicato il terzo comma dell’articolo 96 del codice di procedura civile, un codicillo dormiente fin dal 2009, che fissa l’importo nel doppio delle spese legali sostenute dal convenuto. Una goccia nell’oceano.